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L’ENIGMA DEGLI USCOCCHI: “DEFENSORES FIDEI” O COMUNI TAGLIAGOLE?
Nella vicenda relativa alla rapida ascesa ed all’altrettanto rapido declino dei pirati Uscocchi ci sarebbero, a prima vista, tutti gli ingredienti per considerarla una questione marginale, quasi insignificante.
Di contro, man mano che ci si addentra nello studio dell’argomento, spuntano in ogni dove elementi d’interesse talvolta davvero impensabili, coinvolgenti non solo questo piccolo e fierissimo popolo, ma potenze di prima grandezza; in primis Venezia, l’Austria e l’Impero Ottomano ancora  in fase di espansione. E, si badi bene, queste rimasero per alcuni decenni, a cavallo tra cinque e seicento, tenute sotto scacco da quel manipolo di non più di duemila individui.
Ed allora, se già non son rimasto senza lettori, partiamo per questa breve ma entusiasmante veleggiata assieme agli armi uscocchi, non prima di aver ricordato ai miei “pretoriani” che non amo le trattazioni pedanti e pesanti, cariche di fatti e di date, ma preferisco di gran lunga andare a caccia di spunti di riflessione e di anomalie da segnalare ed approfondire.
Con questo modo di procedere, che mi auguro sia gradito e stimoli anche chi mi legge, dobbiamo fare immediatamente una breve sosta.
All’inizio, infatti, ho semplicisticamente definito gli Uscocchi “pirati”, ma è bene chiarire subito che la questione definitoria e la traduzione nel modo più fedele possibile del termine “Uskok” trova tutt’ora opinioni assai discordanti.
Accanto, infatti, al termine di “pirati”, ne troviamo altri di assai meno minacciosi e quasi commiserativi (“profughi”, “migranti”, “fuggiaschi”) ed altri, in linea con il primo termine usato, facenti chiaro riferimento alla loro spiccata propensione alla rapina, al saccheggio, alla strage. Non una violenza ed una crudeltà episodiche, dunque, bensì un inestirpabile modus vivendi, come vedremo anche in seguito.
Dunque, possiamo tranquillamente riporre il vocabolario e procedere oltre, tanto abbiamo già capito con chi abbiamo a che fare.
Ma non è certo questo il piatto forte delle riflessioni di oggi.
Ciò .che lascia sbalorditi, infatti  è che un manipolo di poche centinaia di fuggiaschi (da chi? Dai Turchi che dilagavano nei Balcani, naturalmente) sia riuscito ad insediarsi in un mare così difficile ed affollato come l’Adriatico.
Per comprendere al meglio di che pasta fosse fatta quella gente, occorre contestualizzare con cura la loro comparsa e la successiva permanenza in alto Adriatico sia sotto il profilo geografico che sotto quello storico-giuridico.
A cavallo tra il  XV° e XVI°, la grande e –  pareva – inarrestabile espansione turca, sia  per mare che per terra, finì fatalmente per spingere verso la costa una miriade di “fuggiaschi”, tra i quali i nostri Uscocchi, che cercavano scampo dalle orde arrembanti degli Ottomani.
Non tutti i fuggitivi erano uguali, evidentemente.
Gli Uscocchi, ad onta dell’esiguità del numero, erano un popolo dotato naturalmente di grandi qualità belliche, abilissimi marinai, ardimentosi sino alla temerarietà, organizzati ed assai solidali tra loro.
Anche la crudeltà era fuori del comune.
Non so se, una volta raggiunta la costa ed essersi stabiliti per lo più nel paese di Senj, gli Uscocchi avessero ben chiaro in quale ginepraio si fossero cacciati.
Sono comunque convinto che quel popolo coraggioso e fiero – anche se tali indubbie qualità venivano per lo più utilizzate a fin predatori e criminali – non sarebbe mai tornato  indietro.
Comunque sia, questo manipolo di sbandati si trovò a doversi districare in mezzo a tre giganti mondiali di primissimo livello: Venezia ed Austria da una parte, Impero Ottomano dall’altra.
Preciso meglio.
E’ evidente che tutte e tre le potenze dianzi elencate covavano mire di dominio o, quantomeno, maggior possibile fruizione a fini mercantili di quello strategico e stranissimo mare che è l’Adriatico.
Nel periodo storico in cui gli Uscocchi fecero la loro comparsa in quelle acque, l’egemonia di Venezia su di esse era sufficientemente consolidata e nessuno osava più revocarla in dubbio.
Tuttavia, si sa, ubi commoda ibi incommoda: ogni vantaggio ha il suo prezzo da pagare.
Se la Serenissima, infatti, voleva conservare il predominio sull’Adriatico, cosa essenziale  ed irrinunciabile vista la sua posizione in fondo al cul de sac formato da questo stranissimo mare, doveva garantirne a tutti i fruitori la pacifica navigabilità. E’ ciò veniva curato dai Veneziani con la  massima possibile diligenza, nonostante ciò comportasse un ingente sforzo organizzativo e finanziario per assicurare un pattugliamento efficace delle rotte commerciali.
I suoi avversari, d’altro canto, non aspettavano altro che qualche predone sfuggisse al controllo delle navi veneziane ed abbordasse qualche proprio convoglio per lamentarsene con veemenza e creare un incidente diplomatico per ridiscutere le “regole del gioco” e, in ultima analisi, lo stesso fondamento giuridico del dominio veneziano sull’Adriatico.
La Serenissima, pur nella consapevolezza di giocare sul filo del rasoio e stando bene attenta a non eccedere in permissivismo, non si strappava più di tanto le vesti (anzi), quando qualche naviglio pirata riusciva a sfuggire al suo occhio vigile e portava un po’ di scompiglio tra i convogli o nei porti dei suoi unici e veri competitori: Austria e Sublime Porta. Questo atteggiamento, alquanto spregiudicato, era comune anche all’Austria la quale, oltretutto, nell’istigare gli Uscocchi a creare qualche grattacapo ai veneziani, rischiava assai meno dei rivali non possedendo domini sul mare da difendere dalle altrui rivendicazioni.
Eccoci offerta, dunque, una delle chiavi di lettura per comprendere come poterono pochi fuggiaschi, in mezzo a tre delle più importanti potenze di quel tempo – e per di più in una fase di massima turbolenza (di lì a poco avremo la Lega Santa contro i Turchi e Lepanto) – a non fare la fine del vaso di coccio tra vasi di ferro.
In altre parole gli Uscocchi, che oltre ad essere dei valorosi combattenti si dimostrarono davvero astuti – per così dire – in “politica estera”, non solo non si fecero stritolare in una contesa con avversari provvisti di forze incomparabilmente superiori, ma per parecchi decenni riuscirono a tenerli addirittura in scacco.
Come?
E’ semplice: esercitando con istintivo senso della misura (passatemi l’espressione) il mestiere più antico del mondo, il quale consisteva nell’accontentare il committente del momento (Venezia od Austria che fosse) nel creare qualche grattacapo al suo rivale, in un continuo gioco di alternanze; in aggiunta, nella prima fase della loro storia seppero contenersi e non esagerare (mai incursioni od abbordaggi troppo violenti o sanguinari), il che consentì loro di essere considerati, a seconda del giuoco dei ruoli del momento, utili alleati o nemici non troppo molesti.
Ma un’altra circostanza, forse fra tutte la più rilevante, procurò agli Uscocchi un protettore d’eccezione: il Papa.
Occorre tenere nella massima considerazione, infatti, che durante il periodo di maggior fortuna e prosperità degli Uscocchi (di etnia serba e di fede cristiano-ortodossa) essi erano considerati da Roma come l’avamposto della difesa contro l’avanzare dei Turchi e dell’Islam.
Può far sorridere che venissero ritenuti preziosi alleati degli sbandati inclini per lo più alle ruberie ed ai saccheggi.
Fatto è che gli Uscocchi, in plurime occasioni, dimostrarono coi fatti di essere dei combattenti formidabili e sprezzanti del pericolo (addirittura, nel comune sentire di questo piccolo ma fiero popolo, il combattente uscocco portava con se una sorta di predestinazione ad una morte eroica in battaglia), oltre che degli abilissimi marinai.
Un brutto cliente per chiunque, allora, nonostante l’esiguità del numero.
Il Papato, si sa, anche in epoche assai più recenti e addiritura contemporanee, non ha esitato un attimo a schierarsi al fianco dei Croati cattolici, anche se si trattava di collaborare con criminali di prima grandezza. Si pensi alle joint ventures di Pio XII con Ante Pavelic e di Giovanni Paolo II con Franjo Tujman.
Ma la vicenda più antica differisce dalle due “alleanze” novecentesche per una ragione del massimo rilievo.
Mentre Papa Pacelli e Papa Woityla scelsero di correre in aiuto ai Croati cattolici, i Papi che sostennero gli Uscocchi avevano a che fare con una popolazione di origine serba e di fede ortodossa.
Il messaggio, di forza deflagrante (forse non recepito allora, e forse neanche oggi) potrebbe così sintetizzarsi: piuttosto che sottomettersi all’Islam, meglio combattere al fianco degli Ortodossi eretici e scismatici.
Con buona pace dei Francesi e delle guerre di religione tra Cattolici ed Ugonotti, in atto proprio in quel periodo con ferocia inimmaginabile.
Debbo concludere, o la prossima volta che metto piede a Mare di Carta mi tocca indossare un Burqa.
Come, e perchè finì la storia degli Uscocchi?
Si può ben dire che quel piccolo popolo portava con sé qualcosa di autenticamente misterioso: comparve dal nulla e sparì nel nulla, almeno secondo le scarsissime fonti di cui disponiamo.
Delle quali, oltretutto, occorre anche diffidare, essendo talune (quelle scritte ed ufficiali, di provenienza veneziana ed austriaca) poco obiettive e palesemente denigratorie. Non dimentichiamo, a tale proposito, che sia gli uni che gli altri avevano in qualche modo gli Uscocchi sulla coscienza, essendosene serviti ambo gli Stati senza scrupolo alcuno nella fase iniziale dell’insediamento uscocco nelle acque dell’alto Adriatico, salvo poi combatterli con grande sproporzione di mezzi quando gli Uscocchi, cresciuti di numero e di forza, erano divenuti un problema da eliminare senza tanti complimenti. Probabilmente, l’eccessiva esposizione in favore degli austriaci e contro i veneziani ruppe quel precario equilibrio di “committenza” che aveva caratterizzato i primi decenni di attività degli Uscocchi. La Serenissima, constatato che ormai costoro erano divenuti in via permanente la longa manus di Vienna e che la gravità delle loro scorrerie era salita di livello, cominciò a contrastarli con molta maggior determinazione.
Salì anche il livello delle proteste dell’Austria che giunse a dichiarare guerra alla Serenissima. Fu una guerra (c.d. di Gradisca) dichiarata per onor di firma, combattuta blandamente e conclusa rapidamente senza vincitori né vinti. Anzi, in ultima analisi gli sconfitti furono gli unii che non la combatterono, gli Uscocchi, chee finirono dispersi chissà dove.
Forse, per una volta, sarebbe meglio tacere, ed ascoltare il malinconico sussurro delle leggende balcaniche che narrano, sotto forma di canti popolari e ninne nanne, di coraggio, d’onore e d’eroismo.
Venezia, 19 luglio 2016
Il silente

LA GRANDE GUERRA NEL MARE ADRIATICO Di Orio da Brazzano

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Restiamo in tema di Prima Guerra Mondiale e ci dedichiamo alla lettura del lavoro di Orio da Brazzano, la cui prima edizione è stata curata da Luglio Editore nel 2011.
Prima di iniziare la recensione del libro, non posso fare a meno di sottoporre al futuro lettore del testo  un paio di riflessioni che reputo di importanza fondamentale.
La prima. E’ passato poco più di un secolo dall’inizio della cosiddetta Grande Guerra e questa non cessa di provocare vittime. Non più, fortunatamente, sotto forma di caduti in battaglia, bensì nel campo degli storiografi quasi ipnotizzati dal’immane evento ed incapaci di resistere alla tentazione di aggiungere ulteriori studi su tale tema che, numeri alla mano, ne ha già ispirati sin troppi.
La seconda. Si leggano il luogo e l’anno di nascita dell’Autore  (Trieste, 1922) e si capiranno molte cose sulla formidabile spinta interiore, da rilevazione sismografica, che può aver indotto un uomo di quasi novant’anni a prendere carta e penna per cimentarsi nella produzione di uno studio encomiabile per precisione, completezza, lucidità narrativa, ampia scelta di foto, piantine, e corredo di materiale iconografico in generale.
Chapeau, Monsieur Di Brazzano.
Personalmente, non sono riuscito a leggere questo libro, che raccomando comunque al lettore per le ragioni sopra elencate e – non ultima – per una padronanza stilistica e lessicale che parrebbero più consone allo scritto di un cinquantenne che a quello di un novantenne, senza levarmi di torno il molesto ronzio di considerazioni molto più generali e … “unconventionals” sulla storia d’Italia.
Nel valutare appieno le ragioni che possono aver indotto l’autore a scrivere l’opera in questione, ed a scriverla così, non solo in modo preciso, completo, documentato. ma soprattutto sereno ed equilibrato, imparziale in misura a dir poco stupefacente (direbbe il Don Alfonso del Così fan tutte: “E’ l’imparzialità degli storici come l’Araba Fenice …”), occorre fare due ordini di contestualizzazioni: una cronologica ed una geografica.
Si pongano, a tal fine, due semplici domande: dove e quando è nato l’Autore?
L’ho scritto sopra, Trieste anno 1922.
Dunque, zona ex irredenta ed anno della marcia su Roma: miscela più esplosiva non si poteva davvero concepire.
Il nostro Autore, dunque, si è sorbito tutta la più becera propaganda del ventennio fascista, l’occupazione e le epurazioni delle truppe di Tito e dei partigiani italiani collaboranti con costui.
E da lì, avanti per tutto l’estenuante braccio di ferro su Zona A e Zona B, fino alla delusione di Osimo.
Di proposito ho voluto spendere queste poche righe per un breve excursus sui miasmi geo-storico-politici che ha dovuto respirare per una non breve esistenza il nostro Di Brazzano (adesso si direbbe il background; io, che amo nuotare controcorrente, rimango affezionato al mio “humus”).
Ho sentito il bisogno di farlo per rendere doveroso omaggio all’Autore e, specularmente, per tranquillizzare il lettore sulla serietà dell’approccio mentale e scientifico con cui ques’ultimo, pur provenendo da una terra a lungo squassata dall’odio e dagli eccidi, tratta la materia con distacco e con obiettività, laddove altri ha dato sfogo alle più esacerbate invettive.
Non posso lasciare il lettore senza qualche breve cenno sulla veste grafica e sui contenuti.
Essenzialmente, chi si fosse sinora dilettato di studi sulla Grande Guerra riguardanti unicamente le operazioni terrestri resterà meravigliato dall’atmosfera assai meno feroce e sanguinolenta descritta nel testo recensito, anche perché è sin troppo ovvio che la diversità di ambiente in cui venivano effettuate le operazioni impediva i combattimenti troppo ravvicinati .
Ma balza immediatamente agli occhi l’enorme differenza tra l’accanimento e l’inutile crudeltà con cui, nella guerra terrestre, morivano migliaia e migliaia di soldati per non arretrare di un palmo nel contendersi ogni metro quadro di territorio, magari di insignificante importanza strategica.
Il mondo navale è del tutto diverso. Non mancano gli atti d’ardimento e d’eroismo, certo, ma si ha quasi l’impressione che nella guerra navale il comandamento più importante fosse “Primo: non buscarle”.
Ma non è con una facezia che voglio concludere: non sarebbe giusto né con l’Autore dell’interessante studio né, soprattutto, con chi ha sacrificato la vita per la Patria in quella che, probabilmente, è stata la più inutile e barbara delle guerre.
L’episodio, davvero singolare e commovente, che mi ha toccato nel profondo e che voglio offrire al lettore come conclusione di speranza, è la vicenda dell’unico sopravvissuto all’affondamento del sommergibile italiano Zalea.
Il naufrago, di nome Antonio Vietri e grande nuotatore, dopo aver invano tentato di salvare altri compagni d’equipaggio che come lui erano riusciti a saltar fuori dal sommergibile prima che questo affondasse, rimasto solo “nuotò per 15 ore; raccontò che durante la notte si orientava con i lampi di un bombardamento che gli austriaci stavano effettuando sull’Isonzo …”.
Che strano il destino. Quei lampi d’artiglieria, che sull’Isonzo stavano seminando terrore e morte, in mare stavano salvando una vita.

Il silente

“LA GRANDE GUERRA NELL’ALTO ADRIATICO” di Peter Jung

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Lo studio in questione, pubblicato la prima volta nel 2000 dalla Libreria Editrice Goriziana con altro titolo, è stato oggetto di ristampa nel 2013 da parte di LEG con il nuovo titolo sopra riportato.
Possiamo subito constatare che la veste editoriale è soddisfacente, gli indici completi, il testo corredato da numerose foto (in buona parte inedite).
Una parola di sincero plauso per la collocazione delle note: non ho mai gradito quelle ammassate a fine testo in un paragrafo separato. Siffatta ubicazione costringe il lettore a cimentarsi in continui salti avanti-indietro e, personalmente, mi stufo assai presto di leggerle.
Nel libro recensito, la casa editrice ha optato per le note a margine: soluzione, al contempo, comoda (sono sottomano) ed elegante (ricordano le glosse degli antichi incunaboli).
Il testo, lo ricordiamo, è opera dello storico viennese Peter Jung, già autore di numerosi studi riguardanti la marina austroungarica.
Si sentiva davvero la mancanza di un altro lavoro sulla Prima Guerra mondiale, sulla quale si son già versati fiumi e fiumi d’inchiostro, per di più scritto da un austriaco?
La risposta è si, nella misura in cui il testo riesca a donarci qualche informazione, qualche spunto di riflessione, qualche angolo di visuale nuovo.
Quanto alla nazionalità dell’autore, essa va considerata quale opportunità di arricchimento rispetto alla sterile ripetizione dei soliti stereotipi e come rara occasione di udire una voce fuori dal coro.
E’ così raro, infatti, che ai vinti sia concessa facoltà di parola che, quando ciò accade, l’unica cosa sensata da fare è ascoltarli in silenzio e con la massima attenzione.
Vanno sottolineati due ulteriori aspetti d’interesse.
Si tratta, infatti, delle vicende svoltesi in un ambito territoriale abbastanza circoscritto (l’Isonzo, con le sue rituali battaglie – carneficina, il breve tratto di litorale Porto Buso – Grado – Punta Sdobba – Trieste), il che consente all’autore di offrirci una completezza di racconto e d’analisi totalmente preclusi a quegli studi omnibus, che pretendono di occuparsi dal genocidio armeno a Verdun, dalla rivoluzione russa al Piave.
Secondariamente, l’ambito territoriale in questione è, per così dire, “anfibio”, con la conseguente necessità, per l’autore, di accompagnare il lettore in un interessante tour interdisciplinare, ove si tratta di combattimenti su terra (le tristemente famose “battaglie” del fiume Isonzo), della guerra delle mine nel Golfo di Trieste, dei bombardamenti aerei con i “Caproni”, della gara nella progettazione e costruzione di armi nuove, vinta a mani basse dagli italiani con la realizzazione dei MAS, rivelatisi subito letali.
Il carattere dello studio, che sopra abbiamo definito “anfibio”, si rinviene anche nella scelta dell’Autore di non perdere mai di vista, e talvolta di osservare assai da vicino, la figura eroica e malinconica dell’ammiraglio Koudelka, uomo di mare – come ci rivela il suo grado – che dovette occuparsi anche delle vicende belliche terrestri al punto che (caso davvero singolare) gli fu attribuito un incarico ad hoc da parte dell’esercito.
Sotto il profilo stilistico, il lettore non si aspetti dalla prosa dell’Autore particolari colpi d’ala o violente scosse d’adrenalina.
Lo stile è piano, scorrevole, facilmente comprensibile (merito, evidentemente, anche della traduzione affidata a Riccarda Novello).
All’inizio, pervero, è forse un po’ “cronachistico” quando si descrive, in modo assai preciso ma un tantino pedante, il numero e la dislocazione dei difensori del tratto litoraneo Porto Buso – Grado nell’imminenza dello scoppio delle ostilità.
Nel prosieguo, laddove l’Autore illustra le modalità quasi “cristallizzate” e rituali con cui si svolgevano le battaglie sull’Isonzo (orribili carneficine tanto ripetitive quanto inutili), il lettore avverte un maggior coinvolgimento emotivo da parte di Jung che riesce a manifestare – sia pur con molta compostezza – il biasimo per l’ottusità dei comandanti e l’ammirazione per lo spirito di sacrificio della truppa.
Qualcosa in più, in termini di pathos narrativo, viene concesso nella cruda e minuziosa descrizione dei combattimenti corpo a corpo.
Non è per stomaci deboli la sin troppo realistica descrizione delle modalità – sempre le stesse – con le quali si svolgevano gli scontri di fanteria: scarsissimo uso di proiettili e polvere da sparo e feroce, belluino uso della baionetta.
Tutte le guerre sono orribili, è vero.
Ma l’Autore, a mio avviso, riesce a rendere con efficacia il senso di imbarbarimento collettivo che in breve tempo coinvolse tutti gli sciagurati attori di questa macabra rappresentazione.
Concludo sottolineando come l’autore ci regali un paio di flash, forse un poco maliziosi, ma sui quali non si può sorvolare (e l’argomento, si badi bene, ha cessato di essere un tabù anche per la storiografia nostrana, che guarda ora anche il periodo risorgimentale con mente sgombra dalla vecchia vulgata).
In buona sostanza, l’accenno al’”nervosismo” dei triestini all’approssimarsi delle truppe italiche ed il gustoso siparietto del raffronto tra l’accoglienza “spontaneamente” calorosa tributata dalla popolazione di Grado all’Imperatore Carlo e quella “forzatamente” entusiasta riservata poco tempo prima, dalla stessa città, a Vittorio Emanuele III, ci inocula il dubbio che quelle zone non vedessero negli italiani dei liberatori.
Rancore di un austriaco sconfitto?
Credo che l’argomento vada approfondito a mente sgombra e senza pregiudizi, grazie anche alle provocazioni di Jung.

Il silente

 

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Riflessioni “unconventionals” su Lepanto e dintorni

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Lepanto.
Null’altro che il nome medievale di un piccolo paese greco, posto sulla costa settentrionale dello stretto che separa il golfo di Corinto da quello di Patrasso.
La cittadina – Naupatto il suo nome moderno – si affaccia su di una baia ampia e riparata ma non costituisce meta turistica particolarmente ambita.
Questa, e non altra, è la rilevanza che l’antico nome del paese assume per lo più per il resto d’Italia e del mondo.
Per i veneziani, viceversa, il nome Lepanto costituisce una sorta di cromosoma aggiunto, le cui implicazioni storiche talvolta agiscono in modo quasi inconscio e confuso, talaltra – in chi ama studiare la storia della propria città – in guisa pienamente consapevole.
Sull’immane scontro navale che si svolse il 7 ottobre 1571 nelle acque antistanti il golfo di Lepanto tra la Lega cristiana ed i Turchi ottomani esiste una miriade di studi, spesso assai pregevoli, che hanno descritto – si può dire – ogni istante della battaglia, degli eventi che condussero allo scontro e di quelli che lo seguirono.
Cosa potrei aggiungere io, orecchiante di storia e scrittore neofita, a tanta profluvie di studi?
Ovviamente nulla. Eppure, quando un’editrice temeraria mi ha fatto balenare l’eventualità di trattare questo tema con un breve scritto, ho ghermito al volo l’offerta senza pensarci due volte, a ciò spinto dalla mia passione per la storia e per la scritture ma anche dal bisogno di fare i conti una volta per tutte con il mio personalissimo “cromosoma aggiunto”, nel quale si annidavano alcuni dubbi irrisolti.
Quello che attende l’incauto lettore, dunque, non è una trattazione organica con pretese di dignità scientifica, ma una serie di brevi riflessioni, per lo più in ordine sparso, su aspetti della vicenda che mi hanno sempre appassionato e, al contempo, sconcertato.
1) Nell’Europa di allora, quanto mai violenta e spregiudicata, i cambi repentini di alleanza erano all’ordine del giorno e non destavano  riprovazione né stupore.
Ecco perché, ad un esame un poco superficiale e scarsamente contestualizzato, l’alleanza del Papa con l’Impero spagnolo di Filippo II e con i Veneziani contro l’impetuosa espansione turca non stupisce più di tanto e viene considerata come uno degli innumerevoli esempi di real politik dell’epoca.
Ma non si tiene in debita considerazione, in tal caso, quanto occorso appena pochi decenni prima, ad inizi secolo, con la creazione della cosiddetta Lega di Cambrai.
Il raffronto tra gli schieramenti che si erano dati battaglia allora e la Lega santa che sbaragliò la flotta turca a Lepanto fa immediatamente balzare agli occhi come i due principali alleati di Venezia contro l’Impero ottomano, Papato e Spagna, non molto tempo prima avevano tentato, con una moltitudine di alleati e con il più ampio spiegamento di mezzi, di annientare lo Stato veneto.
E c’eran quasi riusciti, non fosse stato per l’eroica resistenza dei veneziani, guidati, nella fase cruciale e terminale della contesa, dal grande doge Andrea Gritti, superba figura per determinazione, astuzia, attaccamento allo stato.
Va sottolineato che gli aderenti alla Lega antiveneziana (oltre a Papato e Spagna, che abbiamo citato sopra quali non del tutto affidabili alleati nella Lega contro gli Ottomani) erano i principali stati europei (Francia, Asburgo, Aragona, Ungheria) ed italiani (Savoia, Ferrara, Mantova …) e che il trattato d’alleanza già prevedeva il completo smembramento dei territori della Serenissima – vale a dire la sua fine come entità statuale – e le relative modalità di spartizione, tanto radicata era la certezza della vittoria contro i veneziani.
La Serenissima se l’era cavata per un soffio – grazie anche alla spiccata volubilità di Papa Giulio II il quale, dall’oggi al domani, credette di individuare nella Francia il vero nemico da combattere e stravolse letteralmente l’alleanza in odio ai transalpini ed a tutto beneficio di Venezia – ma il prezzo pagato dallo Stato veneto per sfuggire all’annientamento fu salatissimo, in termini di perdita di vite umane, di salasso per le casse dello Stato e di forzate rinunce territoriali.CCI12052016_2.LIGHT
Sorge una domanda ovvia: all’epoca della formazione della Lega santa contro l’Impero turco potevano gli acerrimi nemici di Cambrai – in particolare Spagna e Venezia – aver già dimenticato quanto accaduto ad inizi secolo?
Credo proprio di no, ed i numerosi incidenti, anche mortali, occorsi tra le truppe dei due contingenti sin dal 1570, l’anno che precedette l’immane scontro col turco, confermano che tra le due parti permaneva non semplice ruggine bensì autentico odio.
Occorre, tuttavia, tener debitamente distinte le intemperanze della soldataglia dalle vere intenzioni dei capi, spesso poco leali e sempre abilmente dissimulate.
Mi riferisco, nel nostro caso, alla delicatissima posizione di Filippo II di Spagna, obbligato a districarsi tra molteplici esigenze e personali pulsioni difficilmente conciliabili, se non antitetiche.
Vediamole più da vicino.
Certo non sarebbe stato pensabile per l’Imperatore cristiano, principale defensor fidei, disgustare il Papa rifiutando l’adesione alla Santa Lega o dimostrando un sostanziale disinteresse nei confronti di questa, pur in costanza di formale adesione.
D’altro canto, ciò che maggiormente angustiava Filippo non era tanto la prospettiva di combattere fianco a fianco con gli odiati veneziani, quanto la consapevolezza che muovere contro i Turchi finiva, sotto l’aspetto geopolitico, per dar manforte con assoluta prevalenza a difendere proprio i possedimenti della Serenissima, disseminati per tutto il Mediterraneo.
I territori seriamente minacciati dalla grande spedizione turca, infatti, erano le grandi isole di Cipro e di Candia, ambedue sotto dominio veneziano, mentre la Spagna aveva alcuni possedimenti aggredibili via mare solamente in Africa settentrionale: ben poca cosa rispetto ai reali obiettivi turchi.
La Lega cristiana, com’è noto, fu costituita nel 1570 per contrastare l’ormai straripante dominio navale ottomano nel Mediterraneo.
L’Imperatore spagnolo, tuttavia, pur avendo aderito “per onor di firma”, era mosso da intendimenti assai poco collaborativi per le ragioni che ho spiegato.
Ecco, allora, che il “cristianissimo” Imperatore impartì al comandante della spedizione del 1570, il genovese Andrea Doria, precise e segrete istruzioni di non dar battaglia ai Turchi, neanche quando fosse evidente che la flotta ottomana, dopo qualche abbozzo di manovra diversiva, puntava dritta verso Cipro ed iniziava l’assedio di Nicosia, capitale dell’isola.
Il Doria, nonostante le pressioni e le insistenze dei comandanti degli altri contingenti, si atteneva scrupolosamente alle istruzioni dell’Imperatore spagnolo ed ordinava il rientro alla base, abbandonando Nicosia ed i suoi difensori alla conquista ed al massacro.
2) Scacco matto del luciferino Filippo II, dunque?
Sulle prime parrebbe di si, anche in considerazione del fatto che la Lega cristiana, nell’ultimo scorcio del 1570, si era praticamente sciolta.
Ma i fatti dell’anno seguente inducono a ritenere che l’immobilismo dell’alleanza cristiana di fronte alla tragedia che si consumava a Cipro – la quale si concluse, proprio nell’imminenza dello scontro tra le flotte, con la capitolazione di Famagosta e le barbare atrocità commesse dagli assedianti sull’inerme popolazione e sull’eroico comandante della piazzaforte – rafforzò a dismisura l’ardore e lo spirito combattivo dei marinai e delle truppe cristiani.
Per di più, ora Filippo doveva andar assai più cauto poiché, questa volta, fu nominato comandante supremo non più il Doria, bensì Don Giovanni d’Austria, giovane ardimentoso – aveva appena venticinque anni – e più che mai determinato a guadagnarsi fama imperitura battendo un avversario allora considerato invincibile. Era, sì, fratello di Filippo II ma non ne subiva l’ascendente.
Rimanevano, è vero, alcuni importanti elementi d’inferiorità tra l’armata cristiana e quella turca.
Innanzitutto, il numero dei legni ottomani era assai più elevato di quello della flotta cristiana. I primi, infatti, disponevano di duecentosedici galee e di cinquantasei galeotte – per un totale di duecentosettantadue unità, mentre i secondi avevano “solo”  sei “galeazze” e 206 “galee”: dunque, in tutto duecentododici legni.federico 1..light
Debbo ricordare altri due elementi di vantaggio per i Turchi. Essi, infatti, disponevano di un elemento umano assai più omogeneo e coeso, essendo le varie componenti degli equipaggi provenienti per lo più dalla medesima etnia e dalla medesima entità statuale.
Ben diversa la situazione nella flotta cristiana, i cui contingenti risultavano quanto mai eterogenei e, sovente, addirittura rissosi ed ostili all’interno del medesimo equipaggio.
Basti pensare che lo stesso Sebastiano Venier, comandante in capo della flotta veneziana, fu costretto ad infliggere la pena capitale ad alcuni archibugieri spagnoli, rei di aver compiuto gratuiti atti di violenza contro altri membri dell’equipaggio e di aver addirittura ucciso alcuni delegati veneziani al mantenimento dell’ordine, che erano intervenuti per placare gli animi dei contendenti.
Informato del fatto, Don Giovanni d’Austria si infuriò a tal punto da pretendere di mandare al patibolo lo stesso Venier.
La notizia circa le intenzioni del Comandante supremo si sparse in un Amen ed ecco, allora, che le galee delle opposte fazioni cominciarono ad evoluire in modo apparentemente caotico fino a trovarsi, in breve tempo, allineate in due schieramenti che si fronteggiavano, pronti allo scontro fratricida!
Questo episodio, che fortunatamente non ebbe conseguenze concrete, ci fa capire quale tensione aleggiasse nello schieramento cristiano, pronta ad esplodere in qualsiasi momento ed a provocare la dissoluzione dell’alleanza.
In queste condizioni, come fu possibile affrontare e sconfiggere un avversario assai più numeroso, totalmente coeso, spinto dalla medesima, selvaggia sete di conquista e ritenuto, sino ad allora, praticamente invincibile?
Non voglio perdermi in disquisizioni di natura prettamente militare e marinaresca.
Non ho la competenza necessaria, mi difetta lo spazio e non le ritengo decisive.
Ciò che mi ha veramente colpito nella lettura di una fonte che voglio citare (“Lepanto” di Guido Antonio Quarti, Milano, Istituto Editoriale Avio Navale – pag. 51) è la descrizione della preghiera dei cristiani qualche istante prima che iniziasse lo scontro: “All’alzarsi del sacro vessillo, tutti, da Don Giovanni all’ultimo soldato, scopersero il capo, e piegato il ginocchio recitarono la loro preghiera. Sulla Reale di sua Altezza un padre cappuccino con un crocifisso in mano predicava con ispirata veemenza, e concludendo, “Fratelli, adesso è il tempo di combattere per Cristo” benediva i combattenti”.
Personalmente, credo che la forza della fede possa essere stato un elemento probabilmente non decisivo ma tutt’altro che secondario nel consentire all’armata cristiana di colmare e superare gli svantaggi di cui soffriva nei confronti della flotta turca.
D’altro canto, sono convinto che l’uomo contemporaneo non sia davvero in grado di comprendere quale intensità potesse raggiungere la fede negli uomini dell’epoca di Lepanto e quale poderosa spinta interiore potesse assicurare loro quando combattevano in nome del Salvatore.
Beninteso, la fede poteva far compiere gesta eroiche, come a Lepanto, ma poteva anche degenerare in fanatismo ed indurre a commettere i crimini più abominevoli. Non dimentichiamo che la cosiddetta Notte di S. Bartolomeo, durante la quale in Francia vennero trucidati a tradimento migliaia di Ugonotti, è dell’agosto 1572, meno di un anno dopo Lepanto.

Il silente

Vendita di libri e condizioni di lavoro: un’inchiesta

inchiesta amazonNel numero di Agosto 2015 di Internazionale è comparso un articolo di Jodi Kantor e David Streitfeld, giornalisti del New York Times. “Impiegati usa e getta” è un’inchiesta sull’azienda Amazon, fondata da Jeff Bezos, nella quale vengono descritte le condizioni di lavoro degli impiegati.

Tra orari di lavoro stremanti, un controllo costante, le diffamazioni da parte dei colleghi ed altissimi standard di efficienza, i due giornalisti americani riportano di nuovo all’attenzione dell’opinione pubblica l’azienda statunitense. E ci offrono uno spunto di riflessione sul rispetto del lavoro, sugli sconti e sulla distribuzione dei libri e non solo.

Trovate tutta l’inchiesta, le sue interviste e i suoi dati qui.

Planet Solar a Venezia

Il Planet Solar, la più grande imbarcazione solare al mondo è arrivata a Venezia il 4 settembre dopo un periplo di 9000 km di navigazione con 5 scali ed un grande obiettivo: la promozione dell’energia solare.

Questa barca ha un magnetismo che la rende protagonista di sguardi prima e di riflessioni poi, in particolare durante questo 2014 ha ospitato la spedizione scientifica “terrasubmersa” dell’Università di Ginevra  che aveva l’obiettivo di esplorare i paesaggi preistorici sommersi dall’acqua con l’intento di ricostruire e reperire tracce di attività umane. Ed è così che, coniugando con duplice valenza le sue peregrinazioni tra esplorazioni scientifiche e promozione dell’energia solare, Planet Solar è arrivata a Venezia. Grazie alla partnership con l’associazione Vento di Venezia l’ormai celebre barca si accinge a trascorrere in laguna la stagione invernale e non stentiamo a credere che saranno molte le occasioni tra eventi e approfondimenti durante i quali potrete “conoscere questa imbarcazione” che resterà a Venezia fino a maggio 2015.

Mare di Carta non si è fatta sfuggire l’occasione per poter scattare alcune foto privilegiate dall’imbarcazione, sempre attenti agli eventi legati al mare vi terremo aggiornati non appena possibile, nel frattempo siete avvisati: ora che la Planet Solar è ormeggiata, avete un buon motivo in più per venire a visitare Venezia.

Di seguito riportiamo le parole del proprietario dell’imbarcazione Immo Stroeher che a quanto pare dopo il successo di questi anni ha deciso di passare il testimone ad un altro propietario illuminato che continui la strada intrapresa.

« Le MS Tûranor PlanetSolar, détenteur de 6 Guinness World RecordsTM a non seulement réalisé le tout premier tour du monde à l’énergie solaire mais a également accompli avec succès,  en 2013 et 2014, deux missions scientifiques uniques ponctuées par de prestigieuses escales durant lesquelles d’innombrables visiteurs ont pu découvrir les entrailles du navire!  Nous sommes aujourd’hui, très fiers de constater qu’après le succès du tour du monde, PlanetSolar a parfaitement réussi sa reconversion et navigue désormais à des fins scientifiques tout en étant exploité en tant que  puissant outil de communication grâce à l’engouement qu’il génère lors de chaque escale. Nos attentes ont été largement surpassées et il est temps pour nous de nous retirer pour transmettre ce navire unique à un nouveau propriétaire. »

Librerie tra le calli – TGR Veneto

L’approfondimento “Il settimanale” del TGR Veneto andato in onda il 19 aprile ha raccontato in un servizio la resistenza di alcune librerie storiche della città di Venezia. Per fortuna non siamo rimasti solo in tre ma siamo felici che la redazione della Rai ci abbia scelto come una delle tre realtà libraie interessanti da raccontare nel servizio. Ci facevano compagnia i librai Claudio Moretti della Marco Polo, Dominique Pinchi e Ornella Caon della Librerie Francaise.

Quello che diciamo ai microfoni forse lo respirate già da qualche tempo se venite a trovarci dal vivo o ci frequentate nel web. La libreria Mare di Carta è una realtà di settore che fornisce un servizio a tutti i professionisti del “mare” e questo significa che la città di Venezia è ancora abitata da persone di mestiere che hanno un legame con l’elemento acqua sia per passione sia per elezione sia per professione appunto.

La crisi non ci spaventa, ci stimola a fare meglio. Lavorare con il mare e per il mare ci ha reso marinai: non esiste il buono o cattivo tempo esiste buono e cattivo equipaggiamento.

librerie tra le calliCombattiamo la crisi continuando a fare tutto ciò che ci aiuta a migliorarci, continuando a produrre cultura per il libro attraverso la nostra attività editoriale dando voce agli autori locali o raccontando le tradizioni veneziane combattendo l’oblio a cui sono condannate dalla miopia contemporanea.

Combattiamo la crisi cercando di essere sempre connessi con il mondo, attraverso la nostra pagina Facebook e il nostro portale web. Vogliamo essere la prima libreria nautica di riferimento per tutti coloro che amano il mare. Siamo cresciuti dal 1997 ad oggi grazie all’affetto e alla fiducia dei nostri clienti e lettori che ci stimolano, ci provocano, ci apprezzano e sono il nostro faro, guidano la nostra idea imprenditoriale aiutandoci a navigare nel mare della vita.

25 aprile 2014 Festeggiate alla certosa con la corsa campestre!

Che ne dite di festeggiare in modo ginnico il patrono di Venezia? Notoriamente chiamato giorno del boccolo, il 25 aprile è una data importante per l’Italia tutta e doppiamente importante per i Veneziani.

Corsa campestre certosa | mare di cartaL’associazione Vento di Venezia fa una proposta dinamica e gioviale allo stesso tempo infatti il 25 aprile si terrà la settima edizione della corsa campestre della certosa; si corre e si mangia con il giusto spazio per tutti dai grandi ai piccini. Mare di Carta sostiene e partecipa all’evento: i finalisti riceveranno tra gli altri  anche premi in libri, siete tutti invitati a regalarvi una giornata di festa diversa dal solito!

Ecco il programma

  • Dalle 8:00 alle 9:30 iscrizione e ritiro pettorali
  • Ore 10:00 Partenza dei ragazzi
  • Ore 10:30 Partenza degli adulti
  • Ore 12:15 Premiazione
  • Ore 13:00 Pranzo con menu a scelta presso il Ristorante il Certosino
  • Ore 16:00 Visita guidata con la Cooperativa Limosa
  • Ore 18.00 Musica e aperitivo al Ristorante e Bar il Certosino

PER INFORMAZIONI e PRENOTAZIONI:

VdV Polo Nautico Vento di Venezia
Tel. 041 5208588
Fax. 041 5222497
E-mail. info@ventodivenezia.it

Il brigantino Belem torna a Venezia

brigantino belem | mare di cartaVenezia e i suoi abitanti si preparano ad accogliere il ritorno del brigantino che ha fatto parte del paesaggio veneziano per più di 15 anni. ll Brigantino Belem torna nella Serenissima! La Fondation Belem ha immaginato un evento che renderà omaggio all’opera del conte Vittorio Cini, mecenate italiano del dopo guerra, che, per primo, ebbe l’idea di trasformare il Belem in nave scuola, garantendo così alla nave una terza vita, in sintonia con le sfide dell’epoca. Il ritorno a Venezia del brigantino vuole anche rinsaldare l’amicizia fra Italia e Francia, due popoli che si rallegrano di aver avuto dei grandi mecenati per la felicità delle generazioni future.

Il Belem sarà ormeggiato dal 18 al 26 aprile 2014 in Riva San Biagio, non lontano da Piazza San Marco. La manifestazione terminerà domenica 27 aprile con l’ingresso del Belem in Arsenale, accompagnata da una miriade di imbarcazioni tradizionali in parata. Il Belem potrà essere visitato dai veneziani e dai turisti.

Calendario Eventi Belem a Venezia | Mare di Carta

Affinchè il più ampio numero possibile di persone possa condividere l’evento e la riscoperta della storia italiana del brigantino, la Fondation Belem propone tre eventi collaterali:

  1. PUBBLICAZIONE STORICA per tracciare i 28 anni della sua storia veneziana. Formato :19×22 cm, 48 pagine Bilingua francese italiano. Prezzo :10euro    In vendita presso la libreria Mare di Carta e presso il luogo dell’evento.
  2. UNA MOSTRA DELL’EVENTO L’esposizione del periodo italiano del Giorgio Cini verrà presentata al Museo Storico Navale di Venezia, in Riva San Biagio, durante la permanenza a Venezia della nave. La mostra proporrà, sotto forma di pannelli, il contenuto del volume storico. Dal 18 al 28 aprile presso il Museo Storico Navale di Venezia, Riva San Biagio. Prezzo 5,00 € (con lo stesso biglietto si visita anche la nave)
  3. CONFERENZA di GIOVANNI ALLIATA, nipote del conte Cini presso la biblioteca dell’arsenale il 23 aprile

marinaretti belem | mare di carta

 

In anteprima il nuovo libro di Paolo Ganz

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Piccolo taccuino adriatico | Mare di CartaMercoledì 2 Aprile arriva in anteprima il nuovo libro di Paolo Ganz. Mare di carta Editore è felice di aggiungere al proprio catologo di libri un’opera firmata dallo scrittore e musicista veneziano Paolo Ganz.

Adriatico. Piccolo taccuino di viaggio questo il titolo del libro. Più che un viaggio un vagabondare, un saltabeccare letterario capriccioso e caparbio lungo la sponda orientale dell’Adriatico, sospinto dal moto perpetuo della risacca delle scoperte e dei ricordi. Senza regole e confini, seguendo solo la mappa dell’istinto e il vento della passione, la penna dell’autore scioglie gli ormeggi e racconta di arrivi e partenze, incontri e addii, uomini e donne, navi e naufragi, pesci, fari, musiche e tra- dizioni. Storie di cui il nostro mare è stato da sempre testimone e fidato custode.

Questo libro è un invito a camminare lungo la costa, riempirsi le tasche di conchiglie e guardare verso il mare dove tutto ha avuto ini- zio.

Il volume sarà disponibile nella nostra libreria già Mercoledì 2 aprile e in distribuzione dalla prossima settimana.

Paolo Ganz è molto amato in laguna non solo come scrittore. Raccoglie e inventa storie ma ha scritto anche articoli, saggi, musiche e canzoni, in campo musicale è autore del primo e più completo Metodo per Armonica Blues italiano (Bèrben, 1987)

Il calendario di presentazioni del libro è già fitto di appuntamenti che toccheranno molte città venete e non solo. Noi vi ricordiamo la presentazione “di casa” presso la nostra libreria GIOVEDI 8 maggio alle 18.00