“LA GRANDE GUERRA NELL’ALTO ADRIATICO” di Peter Jung

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Lo studio in questione, pubblicato la prima volta nel 2000 dalla Libreria Editrice Goriziana con altro titolo, è stato oggetto di ristampa nel 2013 da parte di LEG con il nuovo titolo sopra riportato.
Possiamo subito constatare che la veste editoriale è soddisfacente, gli indici completi, il testo corredato da numerose foto (in buona parte inedite).
Una parola di sincero plauso per la collocazione delle note: non ho mai gradito quelle ammassate a fine testo in un paragrafo separato. Siffatta ubicazione costringe il lettore a cimentarsi in continui salti avanti-indietro e, personalmente, mi stufo assai presto di leggerle.
Nel libro recensito, la casa editrice ha optato per le note a margine: soluzione, al contempo, comoda (sono sottomano) ed elegante (ricordano le glosse degli antichi incunaboli).
Il testo, lo ricordiamo, è opera dello storico viennese Peter Jung, già autore di numerosi studi riguardanti la marina austroungarica.
Si sentiva davvero la mancanza di un altro lavoro sulla Prima Guerra mondiale, sulla quale si son già versati fiumi e fiumi d’inchiostro, per di più scritto da un austriaco?
La risposta è si, nella misura in cui il testo riesca a donarci qualche informazione, qualche spunto di riflessione, qualche angolo di visuale nuovo.
Quanto alla nazionalità dell’autore, essa va considerata quale opportunità di arricchimento rispetto alla sterile ripetizione dei soliti stereotipi e come rara occasione di udire una voce fuori dal coro.
E’ così raro, infatti, che ai vinti sia concessa facoltà di parola che, quando ciò accade, l’unica cosa sensata da fare è ascoltarli in silenzio e con la massima attenzione.
Vanno sottolineati due ulteriori aspetti d’interesse.
Si tratta, infatti, delle vicende svoltesi in un ambito territoriale abbastanza circoscritto (l’Isonzo, con le sue rituali battaglie – carneficina, il breve tratto di litorale Porto Buso – Grado – Punta Sdobba – Trieste), il che consente all’autore di offrirci una completezza di racconto e d’analisi totalmente preclusi a quegli studi omnibus, che pretendono di occuparsi dal genocidio armeno a Verdun, dalla rivoluzione russa al Piave.
Secondariamente, l’ambito territoriale in questione è, per così dire, “anfibio”, con la conseguente necessità, per l’autore, di accompagnare il lettore in un interessante tour interdisciplinare, ove si tratta di combattimenti su terra (le tristemente famose “battaglie” del fiume Isonzo), della guerra delle mine nel Golfo di Trieste, dei bombardamenti aerei con i “Caproni”, della gara nella progettazione e costruzione di armi nuove, vinta a mani basse dagli italiani con la realizzazione dei MAS, rivelatisi subito letali.
Il carattere dello studio, che sopra abbiamo definito “anfibio”, si rinviene anche nella scelta dell’Autore di non perdere mai di vista, e talvolta di osservare assai da vicino, la figura eroica e malinconica dell’ammiraglio Koudelka, uomo di mare – come ci rivela il suo grado – che dovette occuparsi anche delle vicende belliche terrestri al punto che (caso davvero singolare) gli fu attribuito un incarico ad hoc da parte dell’esercito.
Sotto il profilo stilistico, il lettore non si aspetti dalla prosa dell’Autore particolari colpi d’ala o violente scosse d’adrenalina.
Lo stile è piano, scorrevole, facilmente comprensibile (merito, evidentemente, anche della traduzione affidata a Riccarda Novello).
All’inizio, pervero, è forse un po’ “cronachistico” quando si descrive, in modo assai preciso ma un tantino pedante, il numero e la dislocazione dei difensori del tratto litoraneo Porto Buso – Grado nell’imminenza dello scoppio delle ostilità.
Nel prosieguo, laddove l’Autore illustra le modalità quasi “cristallizzate” e rituali con cui si svolgevano le battaglie sull’Isonzo (orribili carneficine tanto ripetitive quanto inutili), il lettore avverte un maggior coinvolgimento emotivo da parte di Jung che riesce a manifestare – sia pur con molta compostezza – il biasimo per l’ottusità dei comandanti e l’ammirazione per lo spirito di sacrificio della truppa.
Qualcosa in più, in termini di pathos narrativo, viene concesso nella cruda e minuziosa descrizione dei combattimenti corpo a corpo.
Non è per stomaci deboli la sin troppo realistica descrizione delle modalità – sempre le stesse – con le quali si svolgevano gli scontri di fanteria: scarsissimo uso di proiettili e polvere da sparo e feroce, belluino uso della baionetta.
Tutte le guerre sono orribili, è vero.
Ma l’Autore, a mio avviso, riesce a rendere con efficacia il senso di imbarbarimento collettivo che in breve tempo coinvolse tutti gli sciagurati attori di questa macabra rappresentazione.
Concludo sottolineando come l’autore ci regali un paio di flash, forse un poco maliziosi, ma sui quali non si può sorvolare (e l’argomento, si badi bene, ha cessato di essere un tabù anche per la storiografia nostrana, che guarda ora anche il periodo risorgimentale con mente sgombra dalla vecchia vulgata).
In buona sostanza, l’accenno al’”nervosismo” dei triestini all’approssimarsi delle truppe italiche ed il gustoso siparietto del raffronto tra l’accoglienza “spontaneamente” calorosa tributata dalla popolazione di Grado all’Imperatore Carlo e quella “forzatamente” entusiasta riservata poco tempo prima, dalla stessa città, a Vittorio Emanuele III, ci inocula il dubbio che quelle zone non vedessero negli italiani dei liberatori.
Rancore di un austriaco sconfitto?
Credo che l’argomento vada approfondito a mente sgombra e senza pregiudizi, grazie anche alle provocazioni di Jung.

Il silente

 

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Riflessioni “unconventionals” su Lepanto e dintorni

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Lepanto.
Null’altro che il nome medievale di un piccolo paese greco, posto sulla costa settentrionale dello stretto che separa il golfo di Corinto da quello di Patrasso.
La cittadina – Naupatto il suo nome moderno – si affaccia su di una baia ampia e riparata ma non costituisce meta turistica particolarmente ambita.
Questa, e non altra, è la rilevanza che l’antico nome del paese assume per lo più per il resto d’Italia e del mondo.
Per i veneziani, viceversa, il nome Lepanto costituisce una sorta di cromosoma aggiunto, le cui implicazioni storiche talvolta agiscono in modo quasi inconscio e confuso, talaltra – in chi ama studiare la storia della propria città – in guisa pienamente consapevole.
Sull’immane scontro navale che si svolse il 7 ottobre 1571 nelle acque antistanti il golfo di Lepanto tra la Lega cristiana ed i Turchi ottomani esiste una miriade di studi, spesso assai pregevoli, che hanno descritto – si può dire – ogni istante della battaglia, degli eventi che condussero allo scontro e di quelli che lo seguirono.
Cosa potrei aggiungere io, orecchiante di storia e scrittore neofita, a tanta profluvie di studi?
Ovviamente nulla. Eppure, quando un’editrice temeraria mi ha fatto balenare l’eventualità di trattare questo tema con un breve scritto, ho ghermito al volo l’offerta senza pensarci due volte, a ciò spinto dalla mia passione per la storia e per la scritture ma anche dal bisogno di fare i conti una volta per tutte con il mio personalissimo “cromosoma aggiunto”, nel quale si annidavano alcuni dubbi irrisolti.
Quello che attende l’incauto lettore, dunque, non è una trattazione organica con pretese di dignità scientifica, ma una serie di brevi riflessioni, per lo più in ordine sparso, su aspetti della vicenda che mi hanno sempre appassionato e, al contempo, sconcertato.
1) Nell’Europa di allora, quanto mai violenta e spregiudicata, i cambi repentini di alleanza erano all’ordine del giorno e non destavano  riprovazione né stupore.
Ecco perché, ad un esame un poco superficiale e scarsamente contestualizzato, l’alleanza del Papa con l’Impero spagnolo di Filippo II e con i Veneziani contro l’impetuosa espansione turca non stupisce più di tanto e viene considerata come uno degli innumerevoli esempi di real politik dell’epoca.
Ma non si tiene in debita considerazione, in tal caso, quanto occorso appena pochi decenni prima, ad inizi secolo, con la creazione della cosiddetta Lega di Cambrai.
Il raffronto tra gli schieramenti che si erano dati battaglia allora e la Lega santa che sbaragliò la flotta turca a Lepanto fa immediatamente balzare agli occhi come i due principali alleati di Venezia contro l’Impero ottomano, Papato e Spagna, non molto tempo prima avevano tentato, con una moltitudine di alleati e con il più ampio spiegamento di mezzi, di annientare lo Stato veneto.
E c’eran quasi riusciti, non fosse stato per l’eroica resistenza dei veneziani, guidati, nella fase cruciale e terminale della contesa, dal grande doge Andrea Gritti, superba figura per determinazione, astuzia, attaccamento allo stato.
Va sottolineato che gli aderenti alla Lega antiveneziana (oltre a Papato e Spagna, che abbiamo citato sopra quali non del tutto affidabili alleati nella Lega contro gli Ottomani) erano i principali stati europei (Francia, Asburgo, Aragona, Ungheria) ed italiani (Savoia, Ferrara, Mantova …) e che il trattato d’alleanza già prevedeva il completo smembramento dei territori della Serenissima – vale a dire la sua fine come entità statuale – e le relative modalità di spartizione, tanto radicata era la certezza della vittoria contro i veneziani.
La Serenissima se l’era cavata per un soffio – grazie anche alla spiccata volubilità di Papa Giulio II il quale, dall’oggi al domani, credette di individuare nella Francia il vero nemico da combattere e stravolse letteralmente l’alleanza in odio ai transalpini ed a tutto beneficio di Venezia – ma il prezzo pagato dallo Stato veneto per sfuggire all’annientamento fu salatissimo, in termini di perdita di vite umane, di salasso per le casse dello Stato e di forzate rinunce territoriali.CCI12052016_2.LIGHT
Sorge una domanda ovvia: all’epoca della formazione della Lega santa contro l’Impero turco potevano gli acerrimi nemici di Cambrai – in particolare Spagna e Venezia – aver già dimenticato quanto accaduto ad inizi secolo?
Credo proprio di no, ed i numerosi incidenti, anche mortali, occorsi tra le truppe dei due contingenti sin dal 1570, l’anno che precedette l’immane scontro col turco, confermano che tra le due parti permaneva non semplice ruggine bensì autentico odio.
Occorre, tuttavia, tener debitamente distinte le intemperanze della soldataglia dalle vere intenzioni dei capi, spesso poco leali e sempre abilmente dissimulate.
Mi riferisco, nel nostro caso, alla delicatissima posizione di Filippo II di Spagna, obbligato a districarsi tra molteplici esigenze e personali pulsioni difficilmente conciliabili, se non antitetiche.
Vediamole più da vicino.
Certo non sarebbe stato pensabile per l’Imperatore cristiano, principale defensor fidei, disgustare il Papa rifiutando l’adesione alla Santa Lega o dimostrando un sostanziale disinteresse nei confronti di questa, pur in costanza di formale adesione.
D’altro canto, ciò che maggiormente angustiava Filippo non era tanto la prospettiva di combattere fianco a fianco con gli odiati veneziani, quanto la consapevolezza che muovere contro i Turchi finiva, sotto l’aspetto geopolitico, per dar manforte con assoluta prevalenza a difendere proprio i possedimenti della Serenissima, disseminati per tutto il Mediterraneo.
I territori seriamente minacciati dalla grande spedizione turca, infatti, erano le grandi isole di Cipro e di Candia, ambedue sotto dominio veneziano, mentre la Spagna aveva alcuni possedimenti aggredibili via mare solamente in Africa settentrionale: ben poca cosa rispetto ai reali obiettivi turchi.
La Lega cristiana, com’è noto, fu costituita nel 1570 per contrastare l’ormai straripante dominio navale ottomano nel Mediterraneo.
L’Imperatore spagnolo, tuttavia, pur avendo aderito “per onor di firma”, era mosso da intendimenti assai poco collaborativi per le ragioni che ho spiegato.
Ecco, allora, che il “cristianissimo” Imperatore impartì al comandante della spedizione del 1570, il genovese Andrea Doria, precise e segrete istruzioni di non dar battaglia ai Turchi, neanche quando fosse evidente che la flotta ottomana, dopo qualche abbozzo di manovra diversiva, puntava dritta verso Cipro ed iniziava l’assedio di Nicosia, capitale dell’isola.
Il Doria, nonostante le pressioni e le insistenze dei comandanti degli altri contingenti, si atteneva scrupolosamente alle istruzioni dell’Imperatore spagnolo ed ordinava il rientro alla base, abbandonando Nicosia ed i suoi difensori alla conquista ed al massacro.
2) Scacco matto del luciferino Filippo II, dunque?
Sulle prime parrebbe di si, anche in considerazione del fatto che la Lega cristiana, nell’ultimo scorcio del 1570, si era praticamente sciolta.
Ma i fatti dell’anno seguente inducono a ritenere che l’immobilismo dell’alleanza cristiana di fronte alla tragedia che si consumava a Cipro – la quale si concluse, proprio nell’imminenza dello scontro tra le flotte, con la capitolazione di Famagosta e le barbare atrocità commesse dagli assedianti sull’inerme popolazione e sull’eroico comandante della piazzaforte – rafforzò a dismisura l’ardore e lo spirito combattivo dei marinai e delle truppe cristiani.
Per di più, ora Filippo doveva andar assai più cauto poiché, questa volta, fu nominato comandante supremo non più il Doria, bensì Don Giovanni d’Austria, giovane ardimentoso – aveva appena venticinque anni – e più che mai determinato a guadagnarsi fama imperitura battendo un avversario allora considerato invincibile. Era, sì, fratello di Filippo II ma non ne subiva l’ascendente.
Rimanevano, è vero, alcuni importanti elementi d’inferiorità tra l’armata cristiana e quella turca.
Innanzitutto, il numero dei legni ottomani era assai più elevato di quello della flotta cristiana. I primi, infatti, disponevano di duecentosedici galee e di cinquantasei galeotte – per un totale di duecentosettantadue unità, mentre i secondi avevano “solo”  sei “galeazze” e 206 “galee”: dunque, in tutto duecentododici legni.federico 1..light
Debbo ricordare altri due elementi di vantaggio per i Turchi. Essi, infatti, disponevano di un elemento umano assai più omogeneo e coeso, essendo le varie componenti degli equipaggi provenienti per lo più dalla medesima etnia e dalla medesima entità statuale.
Ben diversa la situazione nella flotta cristiana, i cui contingenti risultavano quanto mai eterogenei e, sovente, addirittura rissosi ed ostili all’interno del medesimo equipaggio.
Basti pensare che lo stesso Sebastiano Venier, comandante in capo della flotta veneziana, fu costretto ad infliggere la pena capitale ad alcuni archibugieri spagnoli, rei di aver compiuto gratuiti atti di violenza contro altri membri dell’equipaggio e di aver addirittura ucciso alcuni delegati veneziani al mantenimento dell’ordine, che erano intervenuti per placare gli animi dei contendenti.
Informato del fatto, Don Giovanni d’Austria si infuriò a tal punto da pretendere di mandare al patibolo lo stesso Venier.
La notizia circa le intenzioni del Comandante supremo si sparse in un Amen ed ecco, allora, che le galee delle opposte fazioni cominciarono ad evoluire in modo apparentemente caotico fino a trovarsi, in breve tempo, allineate in due schieramenti che si fronteggiavano, pronti allo scontro fratricida!
Questo episodio, che fortunatamente non ebbe conseguenze concrete, ci fa capire quale tensione aleggiasse nello schieramento cristiano, pronta ad esplodere in qualsiasi momento ed a provocare la dissoluzione dell’alleanza.
In queste condizioni, come fu possibile affrontare e sconfiggere un avversario assai più numeroso, totalmente coeso, spinto dalla medesima, selvaggia sete di conquista e ritenuto, sino ad allora, praticamente invincibile?
Non voglio perdermi in disquisizioni di natura prettamente militare e marinaresca.
Non ho la competenza necessaria, mi difetta lo spazio e non le ritengo decisive.
Ciò che mi ha veramente colpito nella lettura di una fonte che voglio citare (“Lepanto” di Guido Antonio Quarti, Milano, Istituto Editoriale Avio Navale – pag. 51) è la descrizione della preghiera dei cristiani qualche istante prima che iniziasse lo scontro: “All’alzarsi del sacro vessillo, tutti, da Don Giovanni all’ultimo soldato, scopersero il capo, e piegato il ginocchio recitarono la loro preghiera. Sulla Reale di sua Altezza un padre cappuccino con un crocifisso in mano predicava con ispirata veemenza, e concludendo, “Fratelli, adesso è il tempo di combattere per Cristo” benediva i combattenti”.
Personalmente, credo che la forza della fede possa essere stato un elemento probabilmente non decisivo ma tutt’altro che secondario nel consentire all’armata cristiana di colmare e superare gli svantaggi di cui soffriva nei confronti della flotta turca.
D’altro canto, sono convinto che l’uomo contemporaneo non sia davvero in grado di comprendere quale intensità potesse raggiungere la fede negli uomini dell’epoca di Lepanto e quale poderosa spinta interiore potesse assicurare loro quando combattevano in nome del Salvatore.
Beninteso, la fede poteva far compiere gesta eroiche, come a Lepanto, ma poteva anche degenerare in fanatismo ed indurre a commettere i crimini più abominevoli. Non dimentichiamo che la cosiddetta Notte di S. Bartolomeo, durante la quale in Francia vennero trucidati a tradimento migliaia di Ugonotti, è dell’agosto 1572, meno di un anno dopo Lepanto.

Il silente