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L’ENIGMA DEGLI USCOCCHI: “DEFENSORES FIDEI” O COMUNI TAGLIAGOLE?
Nella vicenda relativa alla rapida ascesa ed all’altrettanto rapido declino dei pirati Uscocchi ci sarebbero, a prima vista, tutti gli ingredienti per considerarla una questione marginale, quasi insignificante.
Di contro, man mano che ci si addentra nello studio dell’argomento, spuntano in ogni dove elementi d’interesse talvolta davvero impensabili, coinvolgenti non solo questo piccolo e fierissimo popolo, ma potenze di prima grandezza; in primis Venezia, l’Austria e l’Impero Ottomano ancora  in fase di espansione. E, si badi bene, queste rimasero per alcuni decenni, a cavallo tra cinque e seicento, tenute sotto scacco da quel manipolo di non più di duemila individui.
Ed allora, se già non son rimasto senza lettori, partiamo per questa breve ma entusiasmante veleggiata assieme agli armi uscocchi, non prima di aver ricordato ai miei “pretoriani” che non amo le trattazioni pedanti e pesanti, cariche di fatti e di date, ma preferisco di gran lunga andare a caccia di spunti di riflessione e di anomalie da segnalare ed approfondire.
Con questo modo di procedere, che mi auguro sia gradito e stimoli anche chi mi legge, dobbiamo fare immediatamente una breve sosta.
All’inizio, infatti, ho semplicisticamente definito gli Uscocchi “pirati”, ma è bene chiarire subito che la questione definitoria e la traduzione nel modo più fedele possibile del termine “Uskok” trova tutt’ora opinioni assai discordanti.
Accanto, infatti, al termine di “pirati”, ne troviamo altri di assai meno minacciosi e quasi commiserativi (“profughi”, “migranti”, “fuggiaschi”) ed altri, in linea con il primo termine usato, facenti chiaro riferimento alla loro spiccata propensione alla rapina, al saccheggio, alla strage. Non una violenza ed una crudeltà episodiche, dunque, bensì un inestirpabile modus vivendi, come vedremo anche in seguito.
Dunque, possiamo tranquillamente riporre il vocabolario e procedere oltre, tanto abbiamo già capito con chi abbiamo a che fare.
Ma non è certo questo il piatto forte delle riflessioni di oggi.
Ciò .che lascia sbalorditi, infatti  è che un manipolo di poche centinaia di fuggiaschi (da chi? Dai Turchi che dilagavano nei Balcani, naturalmente) sia riuscito ad insediarsi in un mare così difficile ed affollato come l’Adriatico.
Per comprendere al meglio di che pasta fosse fatta quella gente, occorre contestualizzare con cura la loro comparsa e la successiva permanenza in alto Adriatico sia sotto il profilo geografico che sotto quello storico-giuridico.
A cavallo tra il  XV° e XVI°, la grande e –  pareva – inarrestabile espansione turca, sia  per mare che per terra, finì fatalmente per spingere verso la costa una miriade di “fuggiaschi”, tra i quali i nostri Uscocchi, che cercavano scampo dalle orde arrembanti degli Ottomani.
Non tutti i fuggitivi erano uguali, evidentemente.
Gli Uscocchi, ad onta dell’esiguità del numero, erano un popolo dotato naturalmente di grandi qualità belliche, abilissimi marinai, ardimentosi sino alla temerarietà, organizzati ed assai solidali tra loro.
Anche la crudeltà era fuori del comune.
Non so se, una volta raggiunta la costa ed essersi stabiliti per lo più nel paese di Senj, gli Uscocchi avessero ben chiaro in quale ginepraio si fossero cacciati.
Sono comunque convinto che quel popolo coraggioso e fiero – anche se tali indubbie qualità venivano per lo più utilizzate a fin predatori e criminali – non sarebbe mai tornato  indietro.
Comunque sia, questo manipolo di sbandati si trovò a doversi districare in mezzo a tre giganti mondiali di primissimo livello: Venezia ed Austria da una parte, Impero Ottomano dall’altra.
Preciso meglio.
E’ evidente che tutte e tre le potenze dianzi elencate covavano mire di dominio o, quantomeno, maggior possibile fruizione a fini mercantili di quello strategico e stranissimo mare che è l’Adriatico.
Nel periodo storico in cui gli Uscocchi fecero la loro comparsa in quelle acque, l’egemonia di Venezia su di esse era sufficientemente consolidata e nessuno osava più revocarla in dubbio.
Tuttavia, si sa, ubi commoda ibi incommoda: ogni vantaggio ha il suo prezzo da pagare.
Se la Serenissima, infatti, voleva conservare il predominio sull’Adriatico, cosa essenziale  ed irrinunciabile vista la sua posizione in fondo al cul de sac formato da questo stranissimo mare, doveva garantirne a tutti i fruitori la pacifica navigabilità. E’ ciò veniva curato dai Veneziani con la  massima possibile diligenza, nonostante ciò comportasse un ingente sforzo organizzativo e finanziario per assicurare un pattugliamento efficace delle rotte commerciali.
I suoi avversari, d’altro canto, non aspettavano altro che qualche predone sfuggisse al controllo delle navi veneziane ed abbordasse qualche proprio convoglio per lamentarsene con veemenza e creare un incidente diplomatico per ridiscutere le “regole del gioco” e, in ultima analisi, lo stesso fondamento giuridico del dominio veneziano sull’Adriatico.
La Serenissima, pur nella consapevolezza di giocare sul filo del rasoio e stando bene attenta a non eccedere in permissivismo, non si strappava più di tanto le vesti (anzi), quando qualche naviglio pirata riusciva a sfuggire al suo occhio vigile e portava un po’ di scompiglio tra i convogli o nei porti dei suoi unici e veri competitori: Austria e Sublime Porta. Questo atteggiamento, alquanto spregiudicato, era comune anche all’Austria la quale, oltretutto, nell’istigare gli Uscocchi a creare qualche grattacapo ai veneziani, rischiava assai meno dei rivali non possedendo domini sul mare da difendere dalle altrui rivendicazioni.
Eccoci offerta, dunque, una delle chiavi di lettura per comprendere come poterono pochi fuggiaschi, in mezzo a tre delle più importanti potenze di quel tempo – e per di più in una fase di massima turbolenza (di lì a poco avremo la Lega Santa contro i Turchi e Lepanto) – a non fare la fine del vaso di coccio tra vasi di ferro.
In altre parole gli Uscocchi, che oltre ad essere dei valorosi combattenti si dimostrarono davvero astuti – per così dire – in “politica estera”, non solo non si fecero stritolare in una contesa con avversari provvisti di forze incomparabilmente superiori, ma per parecchi decenni riuscirono a tenerli addirittura in scacco.
Come?
E’ semplice: esercitando con istintivo senso della misura (passatemi l’espressione) il mestiere più antico del mondo, il quale consisteva nell’accontentare il committente del momento (Venezia od Austria che fosse) nel creare qualche grattacapo al suo rivale, in un continuo gioco di alternanze; in aggiunta, nella prima fase della loro storia seppero contenersi e non esagerare (mai incursioni od abbordaggi troppo violenti o sanguinari), il che consentì loro di essere considerati, a seconda del giuoco dei ruoli del momento, utili alleati o nemici non troppo molesti.
Ma un’altra circostanza, forse fra tutte la più rilevante, procurò agli Uscocchi un protettore d’eccezione: il Papa.
Occorre tenere nella massima considerazione, infatti, che durante il periodo di maggior fortuna e prosperità degli Uscocchi (di etnia serba e di fede cristiano-ortodossa) essi erano considerati da Roma come l’avamposto della difesa contro l’avanzare dei Turchi e dell’Islam.
Può far sorridere che venissero ritenuti preziosi alleati degli sbandati inclini per lo più alle ruberie ed ai saccheggi.
Fatto è che gli Uscocchi, in plurime occasioni, dimostrarono coi fatti di essere dei combattenti formidabili e sprezzanti del pericolo (addirittura, nel comune sentire di questo piccolo ma fiero popolo, il combattente uscocco portava con se una sorta di predestinazione ad una morte eroica in battaglia), oltre che degli abilissimi marinai.
Un brutto cliente per chiunque, allora, nonostante l’esiguità del numero.
Il Papato, si sa, anche in epoche assai più recenti e addiritura contemporanee, non ha esitato un attimo a schierarsi al fianco dei Croati cattolici, anche se si trattava di collaborare con criminali di prima grandezza. Si pensi alle joint ventures di Pio XII con Ante Pavelic e di Giovanni Paolo II con Franjo Tujman.
Ma la vicenda più antica differisce dalle due “alleanze” novecentesche per una ragione del massimo rilievo.
Mentre Papa Pacelli e Papa Woityla scelsero di correre in aiuto ai Croati cattolici, i Papi che sostennero gli Uscocchi avevano a che fare con una popolazione di origine serba e di fede ortodossa.
Il messaggio, di forza deflagrante (forse non recepito allora, e forse neanche oggi) potrebbe così sintetizzarsi: piuttosto che sottomettersi all’Islam, meglio combattere al fianco degli Ortodossi eretici e scismatici.
Con buona pace dei Francesi e delle guerre di religione tra Cattolici ed Ugonotti, in atto proprio in quel periodo con ferocia inimmaginabile.
Debbo concludere, o la prossima volta che metto piede a Mare di Carta mi tocca indossare un Burqa.
Come, e perchè finì la storia degli Uscocchi?
Si può ben dire che quel piccolo popolo portava con sé qualcosa di autenticamente misterioso: comparve dal nulla e sparì nel nulla, almeno secondo le scarsissime fonti di cui disponiamo.
Delle quali, oltretutto, occorre anche diffidare, essendo talune (quelle scritte ed ufficiali, di provenienza veneziana ed austriaca) poco obiettive e palesemente denigratorie. Non dimentichiamo, a tale proposito, che sia gli uni che gli altri avevano in qualche modo gli Uscocchi sulla coscienza, essendosene serviti ambo gli Stati senza scrupolo alcuno nella fase iniziale dell’insediamento uscocco nelle acque dell’alto Adriatico, salvo poi combatterli con grande sproporzione di mezzi quando gli Uscocchi, cresciuti di numero e di forza, erano divenuti un problema da eliminare senza tanti complimenti. Probabilmente, l’eccessiva esposizione in favore degli austriaci e contro i veneziani ruppe quel precario equilibrio di “committenza” che aveva caratterizzato i primi decenni di attività degli Uscocchi. La Serenissima, constatato che ormai costoro erano divenuti in via permanente la longa manus di Vienna e che la gravità delle loro scorrerie era salita di livello, cominciò a contrastarli con molta maggior determinazione.
Salì anche il livello delle proteste dell’Austria che giunse a dichiarare guerra alla Serenissima. Fu una guerra (c.d. di Gradisca) dichiarata per onor di firma, combattuta blandamente e conclusa rapidamente senza vincitori né vinti. Anzi, in ultima analisi gli sconfitti furono gli unii che non la combatterono, gli Uscocchi, chee finirono dispersi chissà dove.
Forse, per una volta, sarebbe meglio tacere, ed ascoltare il malinconico sussurro delle leggende balcaniche che narrano, sotto forma di canti popolari e ninne nanne, di coraggio, d’onore e d’eroismo.
Venezia, 19 luglio 2016
Il silente