Riflessioni “unconventionals” su Lepanto e dintorni

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Lepanto.
Null’altro che il nome medievale di un piccolo paese greco, posto sulla costa settentrionale dello stretto che separa il golfo di Corinto da quello di Patrasso.
La cittadina – Naupatto il suo nome moderno – si affaccia su di una baia ampia e riparata ma non costituisce meta turistica particolarmente ambita.
Questa, e non altra, è la rilevanza che l’antico nome del paese assume per lo più per il resto d’Italia e del mondo.
Per i veneziani, viceversa, il nome Lepanto costituisce una sorta di cromosoma aggiunto, le cui implicazioni storiche talvolta agiscono in modo quasi inconscio e confuso, talaltra – in chi ama studiare la storia della propria città – in guisa pienamente consapevole.
Sull’immane scontro navale che si svolse il 7 ottobre 1571 nelle acque antistanti il golfo di Lepanto tra la Lega cristiana ed i Turchi ottomani esiste una miriade di studi, spesso assai pregevoli, che hanno descritto – si può dire – ogni istante della battaglia, degli eventi che condussero allo scontro e di quelli che lo seguirono.
Cosa potrei aggiungere io, orecchiante di storia e scrittore neofita, a tanta profluvie di studi?
Ovviamente nulla. Eppure, quando un’editrice temeraria mi ha fatto balenare l’eventualità di trattare questo tema con un breve scritto, ho ghermito al volo l’offerta senza pensarci due volte, a ciò spinto dalla mia passione per la storia e per la scritture ma anche dal bisogno di fare i conti una volta per tutte con il mio personalissimo “cromosoma aggiunto”, nel quale si annidavano alcuni dubbi irrisolti.
Quello che attende l’incauto lettore, dunque, non è una trattazione organica con pretese di dignità scientifica, ma una serie di brevi riflessioni, per lo più in ordine sparso, su aspetti della vicenda che mi hanno sempre appassionato e, al contempo, sconcertato.
1) Nell’Europa di allora, quanto mai violenta e spregiudicata, i cambi repentini di alleanza erano all’ordine del giorno e non destavano  riprovazione né stupore.
Ecco perché, ad un esame un poco superficiale e scarsamente contestualizzato, l’alleanza del Papa con l’Impero spagnolo di Filippo II e con i Veneziani contro l’impetuosa espansione turca non stupisce più di tanto e viene considerata come uno degli innumerevoli esempi di real politik dell’epoca.
Ma non si tiene in debita considerazione, in tal caso, quanto occorso appena pochi decenni prima, ad inizi secolo, con la creazione della cosiddetta Lega di Cambrai.
Il raffronto tra gli schieramenti che si erano dati battaglia allora e la Lega santa che sbaragliò la flotta turca a Lepanto fa immediatamente balzare agli occhi come i due principali alleati di Venezia contro l’Impero ottomano, Papato e Spagna, non molto tempo prima avevano tentato, con una moltitudine di alleati e con il più ampio spiegamento di mezzi, di annientare lo Stato veneto.
E c’eran quasi riusciti, non fosse stato per l’eroica resistenza dei veneziani, guidati, nella fase cruciale e terminale della contesa, dal grande doge Andrea Gritti, superba figura per determinazione, astuzia, attaccamento allo stato.
Va sottolineato che gli aderenti alla Lega antiveneziana (oltre a Papato e Spagna, che abbiamo citato sopra quali non del tutto affidabili alleati nella Lega contro gli Ottomani) erano i principali stati europei (Francia, Asburgo, Aragona, Ungheria) ed italiani (Savoia, Ferrara, Mantova …) e che il trattato d’alleanza già prevedeva il completo smembramento dei territori della Serenissima – vale a dire la sua fine come entità statuale – e le relative modalità di spartizione, tanto radicata era la certezza della vittoria contro i veneziani.
La Serenissima se l’era cavata per un soffio – grazie anche alla spiccata volubilità di Papa Giulio II il quale, dall’oggi al domani, credette di individuare nella Francia il vero nemico da combattere e stravolse letteralmente l’alleanza in odio ai transalpini ed a tutto beneficio di Venezia – ma il prezzo pagato dallo Stato veneto per sfuggire all’annientamento fu salatissimo, in termini di perdita di vite umane, di salasso per le casse dello Stato e di forzate rinunce territoriali.CCI12052016_2.LIGHT
Sorge una domanda ovvia: all’epoca della formazione della Lega santa contro l’Impero turco potevano gli acerrimi nemici di Cambrai – in particolare Spagna e Venezia – aver già dimenticato quanto accaduto ad inizi secolo?
Credo proprio di no, ed i numerosi incidenti, anche mortali, occorsi tra le truppe dei due contingenti sin dal 1570, l’anno che precedette l’immane scontro col turco, confermano che tra le due parti permaneva non semplice ruggine bensì autentico odio.
Occorre, tuttavia, tener debitamente distinte le intemperanze della soldataglia dalle vere intenzioni dei capi, spesso poco leali e sempre abilmente dissimulate.
Mi riferisco, nel nostro caso, alla delicatissima posizione di Filippo II di Spagna, obbligato a districarsi tra molteplici esigenze e personali pulsioni difficilmente conciliabili, se non antitetiche.
Vediamole più da vicino.
Certo non sarebbe stato pensabile per l’Imperatore cristiano, principale defensor fidei, disgustare il Papa rifiutando l’adesione alla Santa Lega o dimostrando un sostanziale disinteresse nei confronti di questa, pur in costanza di formale adesione.
D’altro canto, ciò che maggiormente angustiava Filippo non era tanto la prospettiva di combattere fianco a fianco con gli odiati veneziani, quanto la consapevolezza che muovere contro i Turchi finiva, sotto l’aspetto geopolitico, per dar manforte con assoluta prevalenza a difendere proprio i possedimenti della Serenissima, disseminati per tutto il Mediterraneo.
I territori seriamente minacciati dalla grande spedizione turca, infatti, erano le grandi isole di Cipro e di Candia, ambedue sotto dominio veneziano, mentre la Spagna aveva alcuni possedimenti aggredibili via mare solamente in Africa settentrionale: ben poca cosa rispetto ai reali obiettivi turchi.
La Lega cristiana, com’è noto, fu costituita nel 1570 per contrastare l’ormai straripante dominio navale ottomano nel Mediterraneo.
L’Imperatore spagnolo, tuttavia, pur avendo aderito “per onor di firma”, era mosso da intendimenti assai poco collaborativi per le ragioni che ho spiegato.
Ecco, allora, che il “cristianissimo” Imperatore impartì al comandante della spedizione del 1570, il genovese Andrea Doria, precise e segrete istruzioni di non dar battaglia ai Turchi, neanche quando fosse evidente che la flotta ottomana, dopo qualche abbozzo di manovra diversiva, puntava dritta verso Cipro ed iniziava l’assedio di Nicosia, capitale dell’isola.
Il Doria, nonostante le pressioni e le insistenze dei comandanti degli altri contingenti, si atteneva scrupolosamente alle istruzioni dell’Imperatore spagnolo ed ordinava il rientro alla base, abbandonando Nicosia ed i suoi difensori alla conquista ed al massacro.
2) Scacco matto del luciferino Filippo II, dunque?
Sulle prime parrebbe di si, anche in considerazione del fatto che la Lega cristiana, nell’ultimo scorcio del 1570, si era praticamente sciolta.
Ma i fatti dell’anno seguente inducono a ritenere che l’immobilismo dell’alleanza cristiana di fronte alla tragedia che si consumava a Cipro – la quale si concluse, proprio nell’imminenza dello scontro tra le flotte, con la capitolazione di Famagosta e le barbare atrocità commesse dagli assedianti sull’inerme popolazione e sull’eroico comandante della piazzaforte – rafforzò a dismisura l’ardore e lo spirito combattivo dei marinai e delle truppe cristiani.
Per di più, ora Filippo doveva andar assai più cauto poiché, questa volta, fu nominato comandante supremo non più il Doria, bensì Don Giovanni d’Austria, giovane ardimentoso – aveva appena venticinque anni – e più che mai determinato a guadagnarsi fama imperitura battendo un avversario allora considerato invincibile. Era, sì, fratello di Filippo II ma non ne subiva l’ascendente.
Rimanevano, è vero, alcuni importanti elementi d’inferiorità tra l’armata cristiana e quella turca.
Innanzitutto, il numero dei legni ottomani era assai più elevato di quello della flotta cristiana. I primi, infatti, disponevano di duecentosedici galee e di cinquantasei galeotte – per un totale di duecentosettantadue unità, mentre i secondi avevano “solo”  sei “galeazze” e 206 “galee”: dunque, in tutto duecentododici legni.federico 1..light
Debbo ricordare altri due elementi di vantaggio per i Turchi. Essi, infatti, disponevano di un elemento umano assai più omogeneo e coeso, essendo le varie componenti degli equipaggi provenienti per lo più dalla medesima etnia e dalla medesima entità statuale.
Ben diversa la situazione nella flotta cristiana, i cui contingenti risultavano quanto mai eterogenei e, sovente, addirittura rissosi ed ostili all’interno del medesimo equipaggio.
Basti pensare che lo stesso Sebastiano Venier, comandante in capo della flotta veneziana, fu costretto ad infliggere la pena capitale ad alcuni archibugieri spagnoli, rei di aver compiuto gratuiti atti di violenza contro altri membri dell’equipaggio e di aver addirittura ucciso alcuni delegati veneziani al mantenimento dell’ordine, che erano intervenuti per placare gli animi dei contendenti.
Informato del fatto, Don Giovanni d’Austria si infuriò a tal punto da pretendere di mandare al patibolo lo stesso Venier.
La notizia circa le intenzioni del Comandante supremo si sparse in un Amen ed ecco, allora, che le galee delle opposte fazioni cominciarono ad evoluire in modo apparentemente caotico fino a trovarsi, in breve tempo, allineate in due schieramenti che si fronteggiavano, pronti allo scontro fratricida!
Questo episodio, che fortunatamente non ebbe conseguenze concrete, ci fa capire quale tensione aleggiasse nello schieramento cristiano, pronta ad esplodere in qualsiasi momento ed a provocare la dissoluzione dell’alleanza.
In queste condizioni, come fu possibile affrontare e sconfiggere un avversario assai più numeroso, totalmente coeso, spinto dalla medesima, selvaggia sete di conquista e ritenuto, sino ad allora, praticamente invincibile?
Non voglio perdermi in disquisizioni di natura prettamente militare e marinaresca.
Non ho la competenza necessaria, mi difetta lo spazio e non le ritengo decisive.
Ciò che mi ha veramente colpito nella lettura di una fonte che voglio citare (“Lepanto” di Guido Antonio Quarti, Milano, Istituto Editoriale Avio Navale – pag. 51) è la descrizione della preghiera dei cristiani qualche istante prima che iniziasse lo scontro: “All’alzarsi del sacro vessillo, tutti, da Don Giovanni all’ultimo soldato, scopersero il capo, e piegato il ginocchio recitarono la loro preghiera. Sulla Reale di sua Altezza un padre cappuccino con un crocifisso in mano predicava con ispirata veemenza, e concludendo, “Fratelli, adesso è il tempo di combattere per Cristo” benediva i combattenti”.
Personalmente, credo che la forza della fede possa essere stato un elemento probabilmente non decisivo ma tutt’altro che secondario nel consentire all’armata cristiana di colmare e superare gli svantaggi di cui soffriva nei confronti della flotta turca.
D’altro canto, sono convinto che l’uomo contemporaneo non sia davvero in grado di comprendere quale intensità potesse raggiungere la fede negli uomini dell’epoca di Lepanto e quale poderosa spinta interiore potesse assicurare loro quando combattevano in nome del Salvatore.
Beninteso, la fede poteva far compiere gesta eroiche, come a Lepanto, ma poteva anche degenerare in fanatismo ed indurre a commettere i crimini più abominevoli. Non dimentichiamo che la cosiddetta Notte di S. Bartolomeo, durante la quale in Francia vennero trucidati a tradimento migliaia di Ugonotti, è dell’agosto 1572, meno di un anno dopo Lepanto.

Il silente

Librerie tra le calli – TGR Veneto

L’approfondimento “Il settimanale” del TGR Veneto andato in onda il 19 aprile ha raccontato in un servizio la resistenza di alcune librerie storiche della città di Venezia. Per fortuna non siamo rimasti solo in tre ma siamo felici che la redazione della Rai ci abbia scelto come una delle tre realtà libraie interessanti da raccontare nel servizio. Ci facevano compagnia i librai Claudio Moretti della Marco Polo, Dominique Pinchi e Ornella Caon della Librerie Francaise.

Quello che diciamo ai microfoni forse lo respirate già da qualche tempo se venite a trovarci dal vivo o ci frequentate nel web. La libreria Mare di Carta è una realtà di settore che fornisce un servizio a tutti i professionisti del “mare” e questo significa che la città di Venezia è ancora abitata da persone di mestiere che hanno un legame con l’elemento acqua sia per passione sia per elezione sia per professione appunto.

La crisi non ci spaventa, ci stimola a fare meglio. Lavorare con il mare e per il mare ci ha reso marinai: non esiste il buono o cattivo tempo esiste buono e cattivo equipaggiamento.

librerie tra le calliCombattiamo la crisi continuando a fare tutto ciò che ci aiuta a migliorarci, continuando a produrre cultura per il libro attraverso la nostra attività editoriale dando voce agli autori locali o raccontando le tradizioni veneziane combattendo l’oblio a cui sono condannate dalla miopia contemporanea.

Combattiamo la crisi cercando di essere sempre connessi con il mondo, attraverso la nostra pagina Facebook e il nostro portale web. Vogliamo essere la prima libreria nautica di riferimento per tutti coloro che amano il mare. Siamo cresciuti dal 1997 ad oggi grazie all’affetto e alla fiducia dei nostri clienti e lettori che ci stimolano, ci provocano, ci apprezzano e sono il nostro faro, guidano la nostra idea imprenditoriale aiutandoci a navigare nel mare della vita.

In anteprima il nuovo libro di Paolo Ganz

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Piccolo taccuino adriatico | Mare di CartaMercoledì 2 Aprile arriva in anteprima il nuovo libro di Paolo Ganz. Mare di carta Editore è felice di aggiungere al proprio catologo di libri un’opera firmata dallo scrittore e musicista veneziano Paolo Ganz.

Adriatico. Piccolo taccuino di viaggio questo il titolo del libro. Più che un viaggio un vagabondare, un saltabeccare letterario capriccioso e caparbio lungo la sponda orientale dell’Adriatico, sospinto dal moto perpetuo della risacca delle scoperte e dei ricordi. Senza regole e confini, seguendo solo la mappa dell’istinto e il vento della passione, la penna dell’autore scioglie gli ormeggi e racconta di arrivi e partenze, incontri e addii, uomini e donne, navi e naufragi, pesci, fari, musiche e tra- dizioni. Storie di cui il nostro mare è stato da sempre testimone e fidato custode.

Questo libro è un invito a camminare lungo la costa, riempirsi le tasche di conchiglie e guardare verso il mare dove tutto ha avuto ini- zio.

Il volume sarà disponibile nella nostra libreria già Mercoledì 2 aprile e in distribuzione dalla prossima settimana.

Paolo Ganz è molto amato in laguna non solo come scrittore. Raccoglie e inventa storie ma ha scritto anche articoli, saggi, musiche e canzoni, in campo musicale è autore del primo e più completo Metodo per Armonica Blues italiano (Bèrben, 1987)

Il calendario di presentazioni del libro è già fitto di appuntamenti che toccheranno molte città venete e non solo. Noi vi ricordiamo la presentazione “di casa” presso la nostra libreria GIOVEDI 8 maggio alle 18.00

 

 

Björn Larsson, La vera storia del pirata Long John Silver, Iperborea

Björn Larsson, La vera storia del pirata Long John Silver, IperboreaLong John Silver, il temibile pirata con una gamba sola dell’Isola del Tesoro ci racconta in prima persona, vivo, vegeto e ricco in Madagascar le sue memorie.

Se c’è qualcosa che dà un senso alla vita, è senz’altro il fatto di non essere soggetto ad alcuna legge, di non avere mani e piedi legati. E non importa il tipo di fune o chi ha stretto il nodo. È la corda stessa il male. È con quella che prima o poi si finisce per legarsi da soli o per essere appesi a una forca. Questa è stata la mia filosofia, e giustamente sono ancora vivo.

Siamo nel 1742 e grazie alla maestria di Larsson ci ritroviamo a scoprire senza riuscire a staccare lo sguardo dalla lettura com’era il mondo all’epoca della pirateria, i legami con il commercio ufficiale, la tratta degli schiavi, il contrabbando, le atroci condizioni dei marinai, i soprusi dei capitani, il codice egualitario dei pirati, le loro efferatezze e quelle contro cui si ribellavano, le motivazioni e le ingenuità dei grandi “gentiluomini di ventura”.

Tra realtà e invenzione, sete di vivere e bisogno di immortalità, solitudine e libertà con la consapevolezza che non esiste altra vera vita di quella che raccontiamo a noi stessi questo libro non vuole essere solamente l’immaginaria storia di un particolare pirata.
Una riflessione sulla pirateria, sulla vita, sulla morte e sulla libertà.

Su una nave non ci sono cose giuste o sbagliate, come si dice esistano a terra. Su una nave ci sono solo due cose: il dovere e l’ammutinamento. Tutto quello che vi viene ordinato di fare è dovere. Tutto quello che rifiutate o trascurate di fare è ammutinamento. E l’ammutinamento è punito con la morte. Vi consiglio di non dimenticarlo.

Atlantico – Simon Winchester

Atlantico - Simon WinchesterL’ultra millenaria relazione tra esseri umani e l’oceano Atlantico è raccontata in modo abile da Simon Winchester come un’epopea del «mare interno della civiltà occidentale» che induce a scoprire, pagina dopo pagina, la grande storia di quella millenaria umanità che si è affacciata e ha attraversato quell’immenso mare, allora come oggi centro vitale del potere dell’Occidente.

Guai ad addentrarsi oltre le colonne d’Ercole, il mare poteva essere grigio, abitato da mostri e giganti. Ecco cosa si è pensato e temuto per secoli, ad eccezione dei Fenici popolo temerario che unici osarono sfidare quelle acque.

Oggi l’Atlantico è solo la breve distanza sospesa di un volo intercontinentale. Da costa a costa di questo Oceano sono passati duemilacinquecento anni di esplorazioni, guerre, commerci e disastri.

Attraverso le ambizioni e la condotta di marinai, scienziati, mercanti e soldati, questo mare viene visto a seconda delle circostanze e della sorte, come un alleato o un nemico, una risorsa o un pericolo.

Come i sette stadi della vita umana secondo Shakespeare: il Bambino, lo Scolaro, l’Amante, il Soldato, il Giudice, Pantalone in ciabatte, la Seconda infanzia; Winchester trasforma in attore ciascuno dei temi della vita oceanica secondo gli stadi citati.

Atlanticograndi battaglie marine, scoperte eroiche tempeste titaniche e un vasto oceano di un milione di storie di Simon Winchester, Ed. Adelphi

Non c’è onda che sia uguale a un’altra onda

Ci affidiamo all’editore Einaudi per proporvi un ideale e romantico viaggio tra terra e mare.

La prima è un’antologia curata da Giorgio Bertone che raccoglie gli scrittori del passato che si sono confrontati con il mondo del mare. Cosa significa leggere e scrivere il mare? Forse con questo volume riuscirete a trovare delle risposte.

I marinai dicono che il vento all’alba sembra scrivere sul mare, non vi resta dunque che aprire le pagine di questo ideale portolano di storie e liberare la vostra voglia di navigare sulla rotta della libertà.

Si sta seduti, prestando l’orecchio al rombo perpetuo, contemplando la processione senza fine, e ci si sente piccoli e fragili dinanzi a questa forza terrificante che si esprime in furore e schiuma e suono. Davvero, ci si sente microscopicamente minuscoli, e il pensiero che si potrebbe avere da lottare con un simile mare desta nell’immaginazione un fremito di apprensione, quasi di paura. (Jack London, Uno sport da re)

Racconti di Vento e di Mare, Bertone Giorgio

Racconti di vento e di mare (a cura di Giorgio Bertone), ed. Einaudi, 22 euro

Il secondo volume anche se non parla esclusivamente di mare si rifà ad un’esperienza di formazione fatta da Robert Macfarlane che zaino in spalla decide di fare rotta alla volta di Scozia, Inghilterra e Irlanda lì dove la natura regna sovrana. Ne esce una mappa della selvaticità segnata da incontri, scoperte e sorprese.

Dalle isole Skelligs alla vetta del Ben Hope un’ode a luoghi veri che sembrano impossibili!

Una narrazione che avvince e convince, ricordandoci che la natura, a dispetto delle devastazioni subite, regna ancora sovrana su gran parte della superficie del pianeta. Era da tanto che non leggevo un libro così inaspettatamente confortante. Bill McKibben

Luoghi selvaggi, in viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste, di Robert Macfarlane

Luoghi selvaggi, in viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste, di Robert Macfarlane, ed. Einaudi, 21 euro

Come coccolare i vostri lupi di mare a Natale? Due libri per fare breccia!

I lupi di mare sono persone esperte, coraggiose che sanno cosa fare in ogni situazione sapendo prendere le giuste decisioni.
Siamo certi che ne conoscerete più di uno!
Se state cercando il regalo giusto per loro ecco due libri straordinari che vi consigliamo di regalare per farli sognare.
Due volumi freschi di stampa che raccontano il mondo della cartografia, ideali per chi ama le esplorazioni e le mappe, l’avventura e la storia.
Sono diversi ma complementari per far viaggiare i vostri lupi di mare mentre fuori dalle finestre imperversa l’inverno.

Jerry Brotton, La storia del mondo in dodici mappe

Jerry Brotton, La storia del mondo in dodici mappe, Ed. Feltrinelli, 39 euro

Dai Babilonesi a Google Earth la nostra storia attraverso dodici carte geografiche

Le carte geografiche hanno modellato la nostra visione del mondo e il posto che vi occupiamo. Guardare mappe è un gesto incantevole e quel che si ottiene è risalire il corso del mondo. Eppure le carte geografiche sono impossibili perchè è matematicamente impossibile proiettare il globo su una superficie piana e quando lo si fa quel che si ottiene non è la realtà: è una delle rappresentazioni possibili della realtà.

I cartografi quando potevano lavoravano su dati reali, provenienti da viaggi avventurosi o snervanti misurazioni del territorio. Ma molto spesso si trovavano a lavorare sul sentito dire e non di rado disegnavano sogni. Misuravano e inventavano, due gesti antitetici: se hai una terra che è tua, o la misuri o te la inventi come ti va. Loro spesso misuravano ciò che si inventavano. E viceversa.

Lungi dall’essere strumenti scientifici le mappe di ieri e di oggi altro non sono che descrizioni parziali e soggettive di una certa idea di mondo. Jerry Brotton ne ha selezionate dodici per esemplificare la nostra storia e le chiavi di lettura che stanno dietro ogni raffigurazione, ecco perché dopo aver letto questo libro non guarderete più una mappa con gli stessi occhi.

Judith Schalansky, Atlante delle isole remote

Judith Schalansky, Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò, Ed. Bompiani 21.50 euro

Chi apre le pagine di un atlante non si limita a cercare i singoli posti esotici ma desidera smodatamente tutto il mondo in una sola volta. Consultare le carte può alleviare il desiderio di viaggiare ma allo stesso tempo offre ben più di un appagamento estetico.

Questo atlante ci conduce in cinquanta isole remote così lontane da tutto che non troverete mai con google earth.

C’è un detto latino: scribere necesse est, vivere non est e questo è il principio di tutte le imprese, solo ciò di cui è stato scritto è veramente accaduto. Quindi un luogo esiste veramente solo dopo che è stato localizzato e misurato e la Natura sconosciuta può essere occupata e posseduta anche se l’atto di conquista si compie solo sulla carta.

E’ il libro ideale per chi ama i libri. E soprattutto per chi ama i sogni sprigionati dai libri. Un catalogo poetico e meticoloso di isole sperdute nei tempi e negli oceani.

Il grande mare

David Abulafia | Il grande mareIl Mediterraneo maggiormente noto ai romani come mare nostrum era nella tradizione ebraica il Grande Mare e per altri ancora era il mare tra le terre.

David Abulafia, docente di storia del Mediterraneo ad Oxford sfida con il suo ultimo libro la monumentale storia del Mediterraneo scritta da Fernand Braudel.

Il grande Mare” Ed. Mondadori 35.00 euro racconta con tutte le dovizie del saggio storico la prima “storia umana ” del Mediterrane e questo perché al centro di questo lungo viaggio nel tempo da 22mila anni a.C. fino ai giorni d’oggi ci sono infatti viaggiatori, marinai, commercianti e pirati che in un tempo lunghissimo hanno percorso le acque del mediterraneo.

Uomini che attraverso la storia personale e sociale di intere civiltà attive e produttive in questo bacino lo hanno reso “il più dinamico luogo di interazione tra società diverse sulla faccia del pianeta”

Il valore aggiunto di questo importante studio sono le accurate indagini nei capitoli dedicati alla preistoria, alla civiltà minoica e fenicia.

Un libro importante, anche nel prezzo per tutti gli amanti del Mediterraneo per poterlo scrutare da una nuova angolazione storica. Il regalo giusto per Natale.

I giganti dell’oceano, la battaglia dell’uomo contro la furia delle onde

I giganti dell'oceano | mare di cartaSusan Casey è riuscita a scrivere un libro che non lascerà indifferenti gli appassionati di mare siano essi studiosi, meteorologi, marinai, surfisti o semplici diportisti come noi. E questo perché le onde anomale sono un fenomeno naturale con il quale conviviamo da sempre e delle quali parimenti sappiamo poco o nulla e per questo l’uomo ne è da sempre affascinato.

Le onde anomale si sollevano all’improvviso nell’oceano inghiottendo e spazzando via tutto ciò che incontrano lungo la loro traiettoria. Nel febbraio del 2000 la nave “Discovery” riesce miracolosamente a scampare alle onde anomale al largo dell’Alaska ma tra il 1992 e il 1997 sono ben 367 le navi che vengono inghiottite e spezzate da queste onde alte anche trenta metri.

Laird Hamilton invece le cavalca e le sfida; le asseconda e a volte prova a prevederle.

Ecco il miracolo di questo libro e della sua autrice: riuscire a condurci per mano in un mondo che pochi conoscono fatto di uomini che a questo fenomeno hanno dedicato la vita.

Attraverso le esperienze dirette in un’indagine giornalistica e narrativa che accanto al rigore della scienza riesce a combinare devozione saggezza e follia.

Un’ avventura che svela misteri di relitti e una grande lezione di rispetto e umiltà su tavole da surf.

Quando abbiamo guardato quelle onde immense e le abbiamo sentite sbattere contro la nave e abbiamo visto l’impatto del vento impetuoso, ci siamo resi conto della grande potenza degli elementi, di quanto siano forti e crudeli e di quanto noi esseri umani siamo impotenti quando siamo alla loro mercé.

(Merlyn Wright, passeggero della sventurata nave Oceanos)

 

“Tempesta” di Roger Vercel

tempesta roger vercelUn medico greco in fuga dal lager lascia un libro a Primo Levi che egli leggerà durante la sua ultima notte ad Auschwitz: “Tempesta”di Roger Vercel.

Il romanzo è uscito nel 1935 e nel 1941 è stato trasposto sul grande schermo sceneggiato, tra gli altri, da Jacques Prévert. La casa editrice Nutrimenti ha deciso di pubblicare la prima traduzione italiana del romanzo a cura di Alice Volpi.

Quando lo prenderete in mano, all’inizio vi sembrerà uscito dalla penna di Conrad.
Il capitano Renaud, protagonista di “Tempesta”, è un autentico lupo di mare. Un uomo determinato, pragmatico e molto sicuro di sé. Almeno in mare. Una notte di tempesta, nel mare di Bretagna, Renaud è a letto, accanto a sua moglie Yvonne. Riceve una richiesta di aiuto e come comandante del rimorchiatore di salvataggio Cyclone, in servizio di assistenza a Brest, si appresta a soccorrere l’Alexandros, una nave a vapore greca che ha un’ avaria al timone.

Mentre la tempesta incombe e rimorchiatore ed equipaggio cercano a tutti i costi di raggiungere la nave greca l’autore si prende tutte le pagine per tracciare le personalità degli uomini del Ciclone.

Resterete affascinati dal comandante Renaud che, come tutti gli uomini, ha timore di ciò che non può controllare.