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L’ENIGMA DEGLI USCOCCHI: “DEFENSORES FIDEI” O COMUNI TAGLIAGOLE?
Nella vicenda relativa alla rapida ascesa ed all’altrettanto rapido declino dei pirati Uscocchi ci sarebbero, a prima vista, tutti gli ingredienti per considerarla una questione marginale, quasi insignificante.
Di contro, man mano che ci si addentra nello studio dell’argomento, spuntano in ogni dove elementi d’interesse talvolta davvero impensabili, coinvolgenti non solo questo piccolo e fierissimo popolo, ma potenze di prima grandezza; in primis Venezia, l’Austria e l’Impero Ottomano ancora  in fase di espansione. E, si badi bene, queste rimasero per alcuni decenni, a cavallo tra cinque e seicento, tenute sotto scacco da quel manipolo di non più di duemila individui.
Ed allora, se già non son rimasto senza lettori, partiamo per questa breve ma entusiasmante veleggiata assieme agli armi uscocchi, non prima di aver ricordato ai miei “pretoriani” che non amo le trattazioni pedanti e pesanti, cariche di fatti e di date, ma preferisco di gran lunga andare a caccia di spunti di riflessione e di anomalie da segnalare ed approfondire.
Con questo modo di procedere, che mi auguro sia gradito e stimoli anche chi mi legge, dobbiamo fare immediatamente una breve sosta.
All’inizio, infatti, ho semplicisticamente definito gli Uscocchi “pirati”, ma è bene chiarire subito che la questione definitoria e la traduzione nel modo più fedele possibile del termine “Uskok” trova tutt’ora opinioni assai discordanti.
Accanto, infatti, al termine di “pirati”, ne troviamo altri di assai meno minacciosi e quasi commiserativi (“profughi”, “migranti”, “fuggiaschi”) ed altri, in linea con il primo termine usato, facenti chiaro riferimento alla loro spiccata propensione alla rapina, al saccheggio, alla strage. Non una violenza ed una crudeltà episodiche, dunque, bensì un inestirpabile modus vivendi, come vedremo anche in seguito.
Dunque, possiamo tranquillamente riporre il vocabolario e procedere oltre, tanto abbiamo già capito con chi abbiamo a che fare.
Ma non è certo questo il piatto forte delle riflessioni di oggi.
Ciò .che lascia sbalorditi, infatti  è che un manipolo di poche centinaia di fuggiaschi (da chi? Dai Turchi che dilagavano nei Balcani, naturalmente) sia riuscito ad insediarsi in un mare così difficile ed affollato come l’Adriatico.
Per comprendere al meglio di che pasta fosse fatta quella gente, occorre contestualizzare con cura la loro comparsa e la successiva permanenza in alto Adriatico sia sotto il profilo geografico che sotto quello storico-giuridico.
A cavallo tra il  XV° e XVI°, la grande e –  pareva – inarrestabile espansione turca, sia  per mare che per terra, finì fatalmente per spingere verso la costa una miriade di “fuggiaschi”, tra i quali i nostri Uscocchi, che cercavano scampo dalle orde arrembanti degli Ottomani.
Non tutti i fuggitivi erano uguali, evidentemente.
Gli Uscocchi, ad onta dell’esiguità del numero, erano un popolo dotato naturalmente di grandi qualità belliche, abilissimi marinai, ardimentosi sino alla temerarietà, organizzati ed assai solidali tra loro.
Anche la crudeltà era fuori del comune.
Non so se, una volta raggiunta la costa ed essersi stabiliti per lo più nel paese di Senj, gli Uscocchi avessero ben chiaro in quale ginepraio si fossero cacciati.
Sono comunque convinto che quel popolo coraggioso e fiero – anche se tali indubbie qualità venivano per lo più utilizzate a fin predatori e criminali – non sarebbe mai tornato  indietro.
Comunque sia, questo manipolo di sbandati si trovò a doversi districare in mezzo a tre giganti mondiali di primissimo livello: Venezia ed Austria da una parte, Impero Ottomano dall’altra.
Preciso meglio.
E’ evidente che tutte e tre le potenze dianzi elencate covavano mire di dominio o, quantomeno, maggior possibile fruizione a fini mercantili di quello strategico e stranissimo mare che è l’Adriatico.
Nel periodo storico in cui gli Uscocchi fecero la loro comparsa in quelle acque, l’egemonia di Venezia su di esse era sufficientemente consolidata e nessuno osava più revocarla in dubbio.
Tuttavia, si sa, ubi commoda ibi incommoda: ogni vantaggio ha il suo prezzo da pagare.
Se la Serenissima, infatti, voleva conservare il predominio sull’Adriatico, cosa essenziale  ed irrinunciabile vista la sua posizione in fondo al cul de sac formato da questo stranissimo mare, doveva garantirne a tutti i fruitori la pacifica navigabilità. E’ ciò veniva curato dai Veneziani con la  massima possibile diligenza, nonostante ciò comportasse un ingente sforzo organizzativo e finanziario per assicurare un pattugliamento efficace delle rotte commerciali.
I suoi avversari, d’altro canto, non aspettavano altro che qualche predone sfuggisse al controllo delle navi veneziane ed abbordasse qualche proprio convoglio per lamentarsene con veemenza e creare un incidente diplomatico per ridiscutere le “regole del gioco” e, in ultima analisi, lo stesso fondamento giuridico del dominio veneziano sull’Adriatico.
La Serenissima, pur nella consapevolezza di giocare sul filo del rasoio e stando bene attenta a non eccedere in permissivismo, non si strappava più di tanto le vesti (anzi), quando qualche naviglio pirata riusciva a sfuggire al suo occhio vigile e portava un po’ di scompiglio tra i convogli o nei porti dei suoi unici e veri competitori: Austria e Sublime Porta. Questo atteggiamento, alquanto spregiudicato, era comune anche all’Austria la quale, oltretutto, nell’istigare gli Uscocchi a creare qualche grattacapo ai veneziani, rischiava assai meno dei rivali non possedendo domini sul mare da difendere dalle altrui rivendicazioni.
Eccoci offerta, dunque, una delle chiavi di lettura per comprendere come poterono pochi fuggiaschi, in mezzo a tre delle più importanti potenze di quel tempo – e per di più in una fase di massima turbolenza (di lì a poco avremo la Lega Santa contro i Turchi e Lepanto) – a non fare la fine del vaso di coccio tra vasi di ferro.
In altre parole gli Uscocchi, che oltre ad essere dei valorosi combattenti si dimostrarono davvero astuti – per così dire – in “politica estera”, non solo non si fecero stritolare in una contesa con avversari provvisti di forze incomparabilmente superiori, ma per parecchi decenni riuscirono a tenerli addirittura in scacco.
Come?
E’ semplice: esercitando con istintivo senso della misura (passatemi l’espressione) il mestiere più antico del mondo, il quale consisteva nell’accontentare il committente del momento (Venezia od Austria che fosse) nel creare qualche grattacapo al suo rivale, in un continuo gioco di alternanze; in aggiunta, nella prima fase della loro storia seppero contenersi e non esagerare (mai incursioni od abbordaggi troppo violenti o sanguinari), il che consentì loro di essere considerati, a seconda del giuoco dei ruoli del momento, utili alleati o nemici non troppo molesti.
Ma un’altra circostanza, forse fra tutte la più rilevante, procurò agli Uscocchi un protettore d’eccezione: il Papa.
Occorre tenere nella massima considerazione, infatti, che durante il periodo di maggior fortuna e prosperità degli Uscocchi (di etnia serba e di fede cristiano-ortodossa) essi erano considerati da Roma come l’avamposto della difesa contro l’avanzare dei Turchi e dell’Islam.
Può far sorridere che venissero ritenuti preziosi alleati degli sbandati inclini per lo più alle ruberie ed ai saccheggi.
Fatto è che gli Uscocchi, in plurime occasioni, dimostrarono coi fatti di essere dei combattenti formidabili e sprezzanti del pericolo (addirittura, nel comune sentire di questo piccolo ma fiero popolo, il combattente uscocco portava con se una sorta di predestinazione ad una morte eroica in battaglia), oltre che degli abilissimi marinai.
Un brutto cliente per chiunque, allora, nonostante l’esiguità del numero.
Il Papato, si sa, anche in epoche assai più recenti e addiritura contemporanee, non ha esitato un attimo a schierarsi al fianco dei Croati cattolici, anche se si trattava di collaborare con criminali di prima grandezza. Si pensi alle joint ventures di Pio XII con Ante Pavelic e di Giovanni Paolo II con Franjo Tujman.
Ma la vicenda più antica differisce dalle due “alleanze” novecentesche per una ragione del massimo rilievo.
Mentre Papa Pacelli e Papa Woityla scelsero di correre in aiuto ai Croati cattolici, i Papi che sostennero gli Uscocchi avevano a che fare con una popolazione di origine serba e di fede ortodossa.
Il messaggio, di forza deflagrante (forse non recepito allora, e forse neanche oggi) potrebbe così sintetizzarsi: piuttosto che sottomettersi all’Islam, meglio combattere al fianco degli Ortodossi eretici e scismatici.
Con buona pace dei Francesi e delle guerre di religione tra Cattolici ed Ugonotti, in atto proprio in quel periodo con ferocia inimmaginabile.
Debbo concludere, o la prossima volta che metto piede a Mare di Carta mi tocca indossare un Burqa.
Come, e perchè finì la storia degli Uscocchi?
Si può ben dire che quel piccolo popolo portava con sé qualcosa di autenticamente misterioso: comparve dal nulla e sparì nel nulla, almeno secondo le scarsissime fonti di cui disponiamo.
Delle quali, oltretutto, occorre anche diffidare, essendo talune (quelle scritte ed ufficiali, di provenienza veneziana ed austriaca) poco obiettive e palesemente denigratorie. Non dimentichiamo, a tale proposito, che sia gli uni che gli altri avevano in qualche modo gli Uscocchi sulla coscienza, essendosene serviti ambo gli Stati senza scrupolo alcuno nella fase iniziale dell’insediamento uscocco nelle acque dell’alto Adriatico, salvo poi combatterli con grande sproporzione di mezzi quando gli Uscocchi, cresciuti di numero e di forza, erano divenuti un problema da eliminare senza tanti complimenti. Probabilmente, l’eccessiva esposizione in favore degli austriaci e contro i veneziani ruppe quel precario equilibrio di “committenza” che aveva caratterizzato i primi decenni di attività degli Uscocchi. La Serenissima, constatato che ormai costoro erano divenuti in via permanente la longa manus di Vienna e che la gravità delle loro scorrerie era salita di livello, cominciò a contrastarli con molta maggior determinazione.
Salì anche il livello delle proteste dell’Austria che giunse a dichiarare guerra alla Serenissima. Fu una guerra (c.d. di Gradisca) dichiarata per onor di firma, combattuta blandamente e conclusa rapidamente senza vincitori né vinti. Anzi, in ultima analisi gli sconfitti furono gli unii che non la combatterono, gli Uscocchi, chee finirono dispersi chissà dove.
Forse, per una volta, sarebbe meglio tacere, ed ascoltare il malinconico sussurro delle leggende balcaniche che narrano, sotto forma di canti popolari e ninne nanne, di coraggio, d’onore e d’eroismo.
Venezia, 19 luglio 2016
Il silente

LA GRANDE GUERRA NEL MARE ADRIATICO Di Orio da Brazzano

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Restiamo in tema di Prima Guerra Mondiale e ci dedichiamo alla lettura del lavoro di Orio da Brazzano, la cui prima edizione è stata curata da Luglio Editore nel 2011.
Prima di iniziare la recensione del libro, non posso fare a meno di sottoporre al futuro lettore del testo  un paio di riflessioni che reputo di importanza fondamentale.
La prima. E’ passato poco più di un secolo dall’inizio della cosiddetta Grande Guerra e questa non cessa di provocare vittime. Non più, fortunatamente, sotto forma di caduti in battaglia, bensì nel campo degli storiografi quasi ipnotizzati dal’immane evento ed incapaci di resistere alla tentazione di aggiungere ulteriori studi su tale tema che, numeri alla mano, ne ha già ispirati sin troppi.
La seconda. Si leggano il luogo e l’anno di nascita dell’Autore  (Trieste, 1922) e si capiranno molte cose sulla formidabile spinta interiore, da rilevazione sismografica, che può aver indotto un uomo di quasi novant’anni a prendere carta e penna per cimentarsi nella produzione di uno studio encomiabile per precisione, completezza, lucidità narrativa, ampia scelta di foto, piantine, e corredo di materiale iconografico in generale.
Chapeau, Monsieur Di Brazzano.
Personalmente, non sono riuscito a leggere questo libro, che raccomando comunque al lettore per le ragioni sopra elencate e – non ultima – per una padronanza stilistica e lessicale che parrebbero più consone allo scritto di un cinquantenne che a quello di un novantenne, senza levarmi di torno il molesto ronzio di considerazioni molto più generali e … “unconventionals” sulla storia d’Italia.
Nel valutare appieno le ragioni che possono aver indotto l’autore a scrivere l’opera in questione, ed a scriverla così, non solo in modo preciso, completo, documentato. ma soprattutto sereno ed equilibrato, imparziale in misura a dir poco stupefacente (direbbe il Don Alfonso del Così fan tutte: “E’ l’imparzialità degli storici come l’Araba Fenice …”), occorre fare due ordini di contestualizzazioni: una cronologica ed una geografica.
Si pongano, a tal fine, due semplici domande: dove e quando è nato l’Autore?
L’ho scritto sopra, Trieste anno 1922.
Dunque, zona ex irredenta ed anno della marcia su Roma: miscela più esplosiva non si poteva davvero concepire.
Il nostro Autore, dunque, si è sorbito tutta la più becera propaganda del ventennio fascista, l’occupazione e le epurazioni delle truppe di Tito e dei partigiani italiani collaboranti con costui.
E da lì, avanti per tutto l’estenuante braccio di ferro su Zona A e Zona B, fino alla delusione di Osimo.
Di proposito ho voluto spendere queste poche righe per un breve excursus sui miasmi geo-storico-politici che ha dovuto respirare per una non breve esistenza il nostro Di Brazzano (adesso si direbbe il background; io, che amo nuotare controcorrente, rimango affezionato al mio “humus”).
Ho sentito il bisogno di farlo per rendere doveroso omaggio all’Autore e, specularmente, per tranquillizzare il lettore sulla serietà dell’approccio mentale e scientifico con cui ques’ultimo, pur provenendo da una terra a lungo squassata dall’odio e dagli eccidi, tratta la materia con distacco e con obiettività, laddove altri ha dato sfogo alle più esacerbate invettive.
Non posso lasciare il lettore senza qualche breve cenno sulla veste grafica e sui contenuti.
Essenzialmente, chi si fosse sinora dilettato di studi sulla Grande Guerra riguardanti unicamente le operazioni terrestri resterà meravigliato dall’atmosfera assai meno feroce e sanguinolenta descritta nel testo recensito, anche perché è sin troppo ovvio che la diversità di ambiente in cui venivano effettuate le operazioni impediva i combattimenti troppo ravvicinati .
Ma balza immediatamente agli occhi l’enorme differenza tra l’accanimento e l’inutile crudeltà con cui, nella guerra terrestre, morivano migliaia e migliaia di soldati per non arretrare di un palmo nel contendersi ogni metro quadro di territorio, magari di insignificante importanza strategica.
Il mondo navale è del tutto diverso. Non mancano gli atti d’ardimento e d’eroismo, certo, ma si ha quasi l’impressione che nella guerra navale il comandamento più importante fosse “Primo: non buscarle”.
Ma non è con una facezia che voglio concludere: non sarebbe giusto né con l’Autore dell’interessante studio né, soprattutto, con chi ha sacrificato la vita per la Patria in quella che, probabilmente, è stata la più inutile e barbara delle guerre.
L’episodio, davvero singolare e commovente, che mi ha toccato nel profondo e che voglio offrire al lettore come conclusione di speranza, è la vicenda dell’unico sopravvissuto all’affondamento del sommergibile italiano Zalea.
Il naufrago, di nome Antonio Vietri e grande nuotatore, dopo aver invano tentato di salvare altri compagni d’equipaggio che come lui erano riusciti a saltar fuori dal sommergibile prima che questo affondasse, rimasto solo “nuotò per 15 ore; raccontò che durante la notte si orientava con i lampi di un bombardamento che gli austriaci stavano effettuando sull’Isonzo …”.
Che strano il destino. Quei lampi d’artiglieria, che sull’Isonzo stavano seminando terrore e morte, in mare stavano salvando una vita.

Il silente

“LA GRANDE GUERRA NELL’ALTO ADRIATICO” di Peter Jung

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Lo studio in questione, pubblicato la prima volta nel 2000 dalla Libreria Editrice Goriziana con altro titolo, è stato oggetto di ristampa nel 2013 da parte di LEG con il nuovo titolo sopra riportato.
Possiamo subito constatare che la veste editoriale è soddisfacente, gli indici completi, il testo corredato da numerose foto (in buona parte inedite).
Una parola di sincero plauso per la collocazione delle note: non ho mai gradito quelle ammassate a fine testo in un paragrafo separato. Siffatta ubicazione costringe il lettore a cimentarsi in continui salti avanti-indietro e, personalmente, mi stufo assai presto di leggerle.
Nel libro recensito, la casa editrice ha optato per le note a margine: soluzione, al contempo, comoda (sono sottomano) ed elegante (ricordano le glosse degli antichi incunaboli).
Il testo, lo ricordiamo, è opera dello storico viennese Peter Jung, già autore di numerosi studi riguardanti la marina austroungarica.
Si sentiva davvero la mancanza di un altro lavoro sulla Prima Guerra mondiale, sulla quale si son già versati fiumi e fiumi d’inchiostro, per di più scritto da un austriaco?
La risposta è si, nella misura in cui il testo riesca a donarci qualche informazione, qualche spunto di riflessione, qualche angolo di visuale nuovo.
Quanto alla nazionalità dell’autore, essa va considerata quale opportunità di arricchimento rispetto alla sterile ripetizione dei soliti stereotipi e come rara occasione di udire una voce fuori dal coro.
E’ così raro, infatti, che ai vinti sia concessa facoltà di parola che, quando ciò accade, l’unica cosa sensata da fare è ascoltarli in silenzio e con la massima attenzione.
Vanno sottolineati due ulteriori aspetti d’interesse.
Si tratta, infatti, delle vicende svoltesi in un ambito territoriale abbastanza circoscritto (l’Isonzo, con le sue rituali battaglie – carneficina, il breve tratto di litorale Porto Buso – Grado – Punta Sdobba – Trieste), il che consente all’autore di offrirci una completezza di racconto e d’analisi totalmente preclusi a quegli studi omnibus, che pretendono di occuparsi dal genocidio armeno a Verdun, dalla rivoluzione russa al Piave.
Secondariamente, l’ambito territoriale in questione è, per così dire, “anfibio”, con la conseguente necessità, per l’autore, di accompagnare il lettore in un interessante tour interdisciplinare, ove si tratta di combattimenti su terra (le tristemente famose “battaglie” del fiume Isonzo), della guerra delle mine nel Golfo di Trieste, dei bombardamenti aerei con i “Caproni”, della gara nella progettazione e costruzione di armi nuove, vinta a mani basse dagli italiani con la realizzazione dei MAS, rivelatisi subito letali.
Il carattere dello studio, che sopra abbiamo definito “anfibio”, si rinviene anche nella scelta dell’Autore di non perdere mai di vista, e talvolta di osservare assai da vicino, la figura eroica e malinconica dell’ammiraglio Koudelka, uomo di mare – come ci rivela il suo grado – che dovette occuparsi anche delle vicende belliche terrestri al punto che (caso davvero singolare) gli fu attribuito un incarico ad hoc da parte dell’esercito.
Sotto il profilo stilistico, il lettore non si aspetti dalla prosa dell’Autore particolari colpi d’ala o violente scosse d’adrenalina.
Lo stile è piano, scorrevole, facilmente comprensibile (merito, evidentemente, anche della traduzione affidata a Riccarda Novello).
All’inizio, pervero, è forse un po’ “cronachistico” quando si descrive, in modo assai preciso ma un tantino pedante, il numero e la dislocazione dei difensori del tratto litoraneo Porto Buso – Grado nell’imminenza dello scoppio delle ostilità.
Nel prosieguo, laddove l’Autore illustra le modalità quasi “cristallizzate” e rituali con cui si svolgevano le battaglie sull’Isonzo (orribili carneficine tanto ripetitive quanto inutili), il lettore avverte un maggior coinvolgimento emotivo da parte di Jung che riesce a manifestare – sia pur con molta compostezza – il biasimo per l’ottusità dei comandanti e l’ammirazione per lo spirito di sacrificio della truppa.
Qualcosa in più, in termini di pathos narrativo, viene concesso nella cruda e minuziosa descrizione dei combattimenti corpo a corpo.
Non è per stomaci deboli la sin troppo realistica descrizione delle modalità – sempre le stesse – con le quali si svolgevano gli scontri di fanteria: scarsissimo uso di proiettili e polvere da sparo e feroce, belluino uso della baionetta.
Tutte le guerre sono orribili, è vero.
Ma l’Autore, a mio avviso, riesce a rendere con efficacia il senso di imbarbarimento collettivo che in breve tempo coinvolse tutti gli sciagurati attori di questa macabra rappresentazione.
Concludo sottolineando come l’autore ci regali un paio di flash, forse un poco maliziosi, ma sui quali non si può sorvolare (e l’argomento, si badi bene, ha cessato di essere un tabù anche per la storiografia nostrana, che guarda ora anche il periodo risorgimentale con mente sgombra dalla vecchia vulgata).
In buona sostanza, l’accenno al’”nervosismo” dei triestini all’approssimarsi delle truppe italiche ed il gustoso siparietto del raffronto tra l’accoglienza “spontaneamente” calorosa tributata dalla popolazione di Grado all’Imperatore Carlo e quella “forzatamente” entusiasta riservata poco tempo prima, dalla stessa città, a Vittorio Emanuele III, ci inocula il dubbio che quelle zone non vedessero negli italiani dei liberatori.
Rancore di un austriaco sconfitto?
Credo che l’argomento vada approfondito a mente sgombra e senza pregiudizi, grazie anche alle provocazioni di Jung.

Il silente

 

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Vendita di libri e condizioni di lavoro: un’inchiesta

inchiesta amazonNel numero di Agosto 2015 di Internazionale è comparso un articolo di Jodi Kantor e David Streitfeld, giornalisti del New York Times. “Impiegati usa e getta” è un’inchiesta sull’azienda Amazon, fondata da Jeff Bezos, nella quale vengono descritte le condizioni di lavoro degli impiegati.

Tra orari di lavoro stremanti, un controllo costante, le diffamazioni da parte dei colleghi ed altissimi standard di efficienza, i due giornalisti americani riportano di nuovo all’attenzione dell’opinione pubblica l’azienda statunitense. E ci offrono uno spunto di riflessione sul rispetto del lavoro, sugli sconti e sulla distribuzione dei libri e non solo.

Trovate tutta l’inchiesta, le sue interviste e i suoi dati qui.

La staffetta di lettura e gli e-venti di una libreria

La staffetta di lettura è un evento costruito e voluto dai librai indipendenti di Venezia, che ha trovato seguito e sostegno da parte dell’Amministrazione Comunale e dell’Università Ca’ Focari, entrando a tutti gli effetti nel programma ufficiale della terza edizione dell’ART NIGHT, manifestazione che sotto lo slogan l’arte libera la notte intende coinvolgere tutte le realtà cittadine che si occupano di cultura ed arte nel centro storico.

Attraverso una staffetta di lettura, per la prima volta all’interno di uno stesso evento dieci librerie hanno idealmente dialogato nella lettura di alcuni brani scelti dall’antologia “Nessuna Più”.

Come dei veri atleti, dieci scrittori veneziani hanno curato il reading e condotto il pubblico alla libreria successiva con il passaggio di testimone.

La staffetta di lettura è stata dunque una passeggiata con la possibilità di sostare in alcuni angoli della città di Venezia, per scoprire a volte (non senza stupore) l’esistenza di una libreria. Ma anche un modo per fermarsi a riflettere su un argomento molto concreto e attuale come il femminicidio, visto attraverso la letteratura. Il bello di art night è che da tre anni ci sta abituando a questa notte di immersione nella cultura.

Ma la quotidianità non vive di grandi eventi.

Ciascuna delle dieci librerie di Venezia continua ad alzare le serrande ogni mattina cercando di resistere e vivere, ognuna secondo le proprie peculiarità.

La libreria Mare di Carta è una libreria di settore, quello nautico, che avrebbe tutte le ragioni per essere fertile e produttivo in una città di mare come Venezia.

Eppure la crisi che respiriamo non ha le stesse radici della crisi che ha colpito il nostro paese, qui le radici sono più profonde e riguardano la gestione delle politiche culturali di una città, Venezia, che non conosce flussi di stagionalità e ogni anno viene visitata da 21 milioni di turisti.

Se le politiche residenziali e turistiche non invertiranno la rotta che destino possono avere realtà di servizio come la nostra libreria?

Ma i clienti residenti si assottigliano e i turisti di passaggio sono portati a desiderare più una murrina made in Cina piuttosto che un libro su Venezia, magari prodotto a Venezia.

Restitiamo e per fortuna la rete ci aiuta.

Resistiamo con il sorriso perché amiamo questo lavoro e questa città e lotteremo in tutti i modi possibili per cercare nuove rotte più produttive, eque e sostenibili. La cosa importante, eventi a parte, è che siate con noi.

Librerie chiuse. Deve cambiare la mentalità

Il futuro del libroDa qualche giorno è tornato in auge il tema della chiusura delle librerie in centro storico a Venezia, c’è stata una corposa mobilitazione partita questa volta dagli scrittori veneziani, a cui si sono aggiunti i librai e alcuni consiglieri comunali. Molte cose si sono dette in questi giorni, la maggior parte delle quali costruttive ma a mio avviso, si continua a perdere di vista l’essenza del problema che comprende diversi punti, apparentemente diversi fra loro che alla fine riportano sempre al tema di base: l’Italia è un paese dove la cultura non viene considerata come bene economico.

Vado per punti:

1. Innanzi tutto il problema non è solo veneziano: nei primi due mesi dell’anno hanno chiuso un centinaio di librerie in tutta Italia, la crisi del settore del commercio non ha dunque risparmiato neanche i librai, che soffrono oltrettutto del fatto che in Italia non si legge abbastanza e non si promuove abbastanza la lettura.

2. La tanto decantata Legge Levi, che prevede che lo sconto massimo sui libri sia il 15% non ha mai funzionato per i piccoli librai indipendenti. Dove il libraio acquista i libri con uno sconto che varia mediamente dal 19% della scolastica al 30% della varia, è chiaro che uno sconto del 15% è impraticabile. Inoltre le librerie di catena continuano ad approfittare della possibilità di fare delle “promozioni” scontando i libri fino al 25%. La Legge Levi è nata sotto il governo Berlusconi e, a detta dello stesso Levi, è “Il miglior compromesso possibile…”; in realtà è servita a salvare i grandi gruppi e le librerie di catena dal terremoto provocato dall’arrivo in Italia di Amazon che ha esordito vendendo tutto il catalogo dei libri in commercio con il 50% di sconto!!!

In 12 paesi europei esistono da diversi decenni leggi che, limitando lo sconto sui libri (5% in Francia, la famosa legge Lang del 1981, 5% in Spagna, 0% in Germania, ecc.), hanno garantito ai lettori la presenza di librerie indipendenti su tutto il territorio del paese insieme a una pluralità di voci e pensiero ed una diffusione geograficamente democratica delle librerie.

Personalmente, ad una legge come la Levi avrei preferito un sistema all’Inglese di prezzo libero, sia al ribasso che al rialzo.

3. Il Comune di Venezia ha offerto ai librai delle agevolazioni, vedi la possibilità di aprire una caffetteria in libreria, o di accedere a dei bandi di finanziamento per le ristrutturazioni. Sono piccoli passi apprezzabili ma credo che siano ben poche le librarie a Venezia che, con il problema degli affitti alle stelle, possano permettersi uno spazio ampio a sufficienza per questo tipo di attività.

4. Fatto il doveroso preambolo, ritengo che il problema andrebbe risolto parlando di cambiamento di mentalità, sia nei nostri concittadini, sia in chi ci amministra. Abbiamo addosso un vestito liso, oggi si strappa sulla manica e lo ricuciamo, domani si strapperà sulla spalla…finchè non avremo il coraggio di investire per un vestito nuovo, andrà sempre peggio.

E il vestito nuovo è far passare un duplice messaggio: in primo luogo la cultura può produrre ricchezza direttamente e attraverso il suo indotto; in secondo luogo se i cittadini fanno vivere le loro città, utilizzando i servizi commerciali ed artigianali dei centri storici, avranno strade più accoglienti, gradevoli e sicure. Il nuovo modo di vivere le nostre città dev’essere lungimirante e i cittadini devono fare una scelta: per acquistare un libro (ma vale per qualsiasi altro prodotto), preferite spendere 1 euro in più oggi e garantire un futuro accogliente e di qualità alla vostra città, con operatori che diano un servizio competente, o scegliete di lasciare che le città si svuotino, finendo in una desertificazione dalla quale sarà difficile tornare indietro?

Si dice che Venezia si spopola, è vero, ma si popola ogni anno di 20 milioni di turisti: il cambiamento di mentalità deve portare i veneziani (e credo che questo valga per tutte le cità d’arte e non, d’Italia) ad accogliere diversamente almeno una parte di questi visitatori. L’offerta culturale c’è, ma è molto parcellizzata, non coordinata e promossa troppo settorialmente: martedì scorso nella riunione degli scrittori ho lanciato un’idea: creare un “ente” super-partes, un’ “agenzia” per il coordinamento culturale degli eventi in città e che a sua volta ne proponga altri, magari più specificamente diretti ai visitatori, mettedo insieme tutte le energie in campo, Fondazione Musei, Polo Museale, Fondazioni ed associazioni culturali, biblioteche, teatri, ma anche artigiani e librai.

Questa “Agenzia” dovrebbe essere motore e garante della qualità delle proposte, della pluralità delle medesime e della loro diffusione capillare e inoltre potrebbe ideare percorsi culturali tematici, con eventi  da condividere fra enti pubblici (Musei, biblioteche ecc.) ed enti privati (artgiani, librai, ecc.). In seno al Consiglio dell’Agenzia si dovrebbero trovare rappresentanti degli enti pubblici e dei privati (e questi devono essere specialisti del loro settore), affinchè le attività di qualità e cultura sia tutte insieme parte integrante di un progetto culturale virtuoso. E intendo tutte le attività, arte, stampa, artigianato storico ma anche gastronomia tradizionale, ecc.

L’Agenzia potrebbe essere un’estensione di un ente già esistente, vedi Venezia Marketing, o una realtà nuova eventualmente a livello sovracomunale, ma l’importante è che sia calata nel territorio e dia voce al territorio. In altre regioni d’Italia esistono già enti che operano in questa linea, penso ad esempio a Torino, vivacissima città di cultura.

Cristina Giussani
titolare libreria Mare di Carta