LA GRANDE GUERRA NEL MARE ADRIATICO Di Orio da Brazzano

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Restiamo in tema di Prima Guerra Mondiale e ci dedichiamo alla lettura del lavoro di Orio da Brazzano, la cui prima edizione è stata curata da Luglio Editore nel 2011.
Prima di iniziare la recensione del libro, non posso fare a meno di sottoporre al futuro lettore del testo  un paio di riflessioni che reputo di importanza fondamentale.
La prima. E’ passato poco più di un secolo dall’inizio della cosiddetta Grande Guerra e questa non cessa di provocare vittime. Non più, fortunatamente, sotto forma di caduti in battaglia, bensì nel campo degli storiografi quasi ipnotizzati dal’immane evento ed incapaci di resistere alla tentazione di aggiungere ulteriori studi su tale tema che, numeri alla mano, ne ha già ispirati sin troppi.
La seconda. Si leggano il luogo e l’anno di nascita dell’Autore  (Trieste, 1922) e si capiranno molte cose sulla formidabile spinta interiore, da rilevazione sismografica, che può aver indotto un uomo di quasi novant’anni a prendere carta e penna per cimentarsi nella produzione di uno studio encomiabile per precisione, completezza, lucidità narrativa, ampia scelta di foto, piantine, e corredo di materiale iconografico in generale.
Chapeau, Monsieur Di Brazzano.
Personalmente, non sono riuscito a leggere questo libro, che raccomando comunque al lettore per le ragioni sopra elencate e – non ultima – per una padronanza stilistica e lessicale che parrebbero più consone allo scritto di un cinquantenne che a quello di un novantenne, senza levarmi di torno il molesto ronzio di considerazioni molto più generali e … “unconventionals” sulla storia d’Italia.
Nel valutare appieno le ragioni che possono aver indotto l’autore a scrivere l’opera in questione, ed a scriverla così, non solo in modo preciso, completo, documentato. ma soprattutto sereno ed equilibrato, imparziale in misura a dir poco stupefacente (direbbe il Don Alfonso del Così fan tutte: “E’ l’imparzialità degli storici come l’Araba Fenice …”), occorre fare due ordini di contestualizzazioni: una cronologica ed una geografica.
Si pongano, a tal fine, due semplici domande: dove e quando è nato l’Autore?
L’ho scritto sopra, Trieste anno 1922.
Dunque, zona ex irredenta ed anno della marcia su Roma: miscela più esplosiva non si poteva davvero concepire.
Il nostro Autore, dunque, si è sorbito tutta la più becera propaganda del ventennio fascista, l’occupazione e le epurazioni delle truppe di Tito e dei partigiani italiani collaboranti con costui.
E da lì, avanti per tutto l’estenuante braccio di ferro su Zona A e Zona B, fino alla delusione di Osimo.
Di proposito ho voluto spendere queste poche righe per un breve excursus sui miasmi geo-storico-politici che ha dovuto respirare per una non breve esistenza il nostro Di Brazzano (adesso si direbbe il background; io, che amo nuotare controcorrente, rimango affezionato al mio “humus”).
Ho sentito il bisogno di farlo per rendere doveroso omaggio all’Autore e, specularmente, per tranquillizzare il lettore sulla serietà dell’approccio mentale e scientifico con cui ques’ultimo, pur provenendo da una terra a lungo squassata dall’odio e dagli eccidi, tratta la materia con distacco e con obiettività, laddove altri ha dato sfogo alle più esacerbate invettive.
Non posso lasciare il lettore senza qualche breve cenno sulla veste grafica e sui contenuti.
Essenzialmente, chi si fosse sinora dilettato di studi sulla Grande Guerra riguardanti unicamente le operazioni terrestri resterà meravigliato dall’atmosfera assai meno feroce e sanguinolenta descritta nel testo recensito, anche perché è sin troppo ovvio che la diversità di ambiente in cui venivano effettuate le operazioni impediva i combattimenti troppo ravvicinati .
Ma balza immediatamente agli occhi l’enorme differenza tra l’accanimento e l’inutile crudeltà con cui, nella guerra terrestre, morivano migliaia e migliaia di soldati per non arretrare di un palmo nel contendersi ogni metro quadro di territorio, magari di insignificante importanza strategica.
Il mondo navale è del tutto diverso. Non mancano gli atti d’ardimento e d’eroismo, certo, ma si ha quasi l’impressione che nella guerra navale il comandamento più importante fosse “Primo: non buscarle”.
Ma non è con una facezia che voglio concludere: non sarebbe giusto né con l’Autore dell’interessante studio né, soprattutto, con chi ha sacrificato la vita per la Patria in quella che, probabilmente, è stata la più inutile e barbara delle guerre.
L’episodio, davvero singolare e commovente, che mi ha toccato nel profondo e che voglio offrire al lettore come conclusione di speranza, è la vicenda dell’unico sopravvissuto all’affondamento del sommergibile italiano Zalea.
Il naufrago, di nome Antonio Vietri e grande nuotatore, dopo aver invano tentato di salvare altri compagni d’equipaggio che come lui erano riusciti a saltar fuori dal sommergibile prima che questo affondasse, rimasto solo “nuotò per 15 ore; raccontò che durante la notte si orientava con i lampi di un bombardamento che gli austriaci stavano effettuando sull’Isonzo …”.
Che strano il destino. Quei lampi d’artiglieria, che sull’Isonzo stavano seminando terrore e morte, in mare stavano salvando una vita.

Il silente

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