“LA GRANDE GUERRA NELL’ALTO ADRIATICO” di Peter Jung

CCI28052016

Lo studio in questione, pubblicato la prima volta nel 2000 dalla Libreria Editrice Goriziana con altro titolo, è stato oggetto di ristampa nel 2013 da parte di LEG con il nuovo titolo sopra riportato.
Possiamo subito constatare che la veste editoriale è soddisfacente, gli indici completi, il testo corredato da numerose foto (in buona parte inedite).
Una parola di sincero plauso per la collocazione delle note: non ho mai gradito quelle ammassate a fine testo in un paragrafo separato. Siffatta ubicazione costringe il lettore a cimentarsi in continui salti avanti-indietro e, personalmente, mi stufo assai presto di leggerle.
Nel libro recensito, la casa editrice ha optato per le note a margine: soluzione, al contempo, comoda (sono sottomano) ed elegante (ricordano le glosse degli antichi incunaboli).
Il testo, lo ricordiamo, è opera dello storico viennese Peter Jung, già autore di numerosi studi riguardanti la marina austroungarica.
Si sentiva davvero la mancanza di un altro lavoro sulla Prima Guerra mondiale, sulla quale si son già versati fiumi e fiumi d’inchiostro, per di più scritto da un austriaco?
La risposta è si, nella misura in cui il testo riesca a donarci qualche informazione, qualche spunto di riflessione, qualche angolo di visuale nuovo.
Quanto alla nazionalità dell’autore, essa va considerata quale opportunità di arricchimento rispetto alla sterile ripetizione dei soliti stereotipi e come rara occasione di udire una voce fuori dal coro.
E’ così raro, infatti, che ai vinti sia concessa facoltà di parola che, quando ciò accade, l’unica cosa sensata da fare è ascoltarli in silenzio e con la massima attenzione.
Vanno sottolineati due ulteriori aspetti d’interesse.
Si tratta, infatti, delle vicende svoltesi in un ambito territoriale abbastanza circoscritto (l’Isonzo, con le sue rituali battaglie – carneficina, il breve tratto di litorale Porto Buso – Grado – Punta Sdobba – Trieste), il che consente all’autore di offrirci una completezza di racconto e d’analisi totalmente preclusi a quegli studi omnibus, che pretendono di occuparsi dal genocidio armeno a Verdun, dalla rivoluzione russa al Piave.
Secondariamente, l’ambito territoriale in questione è, per così dire, “anfibio”, con la conseguente necessità, per l’autore, di accompagnare il lettore in un interessante tour interdisciplinare, ove si tratta di combattimenti su terra (le tristemente famose “battaglie” del fiume Isonzo), della guerra delle mine nel Golfo di Trieste, dei bombardamenti aerei con i “Caproni”, della gara nella progettazione e costruzione di armi nuove, vinta a mani basse dagli italiani con la realizzazione dei MAS, rivelatisi subito letali.
Il carattere dello studio, che sopra abbiamo definito “anfibio”, si rinviene anche nella scelta dell’Autore di non perdere mai di vista, e talvolta di osservare assai da vicino, la figura eroica e malinconica dell’ammiraglio Koudelka, uomo di mare – come ci rivela il suo grado – che dovette occuparsi anche delle vicende belliche terrestri al punto che (caso davvero singolare) gli fu attribuito un incarico ad hoc da parte dell’esercito.
Sotto il profilo stilistico, il lettore non si aspetti dalla prosa dell’Autore particolari colpi d’ala o violente scosse d’adrenalina.
Lo stile è piano, scorrevole, facilmente comprensibile (merito, evidentemente, anche della traduzione affidata a Riccarda Novello).
All’inizio, pervero, è forse un po’ “cronachistico” quando si descrive, in modo assai preciso ma un tantino pedante, il numero e la dislocazione dei difensori del tratto litoraneo Porto Buso – Grado nell’imminenza dello scoppio delle ostilità.
Nel prosieguo, laddove l’Autore illustra le modalità quasi “cristallizzate” e rituali con cui si svolgevano le battaglie sull’Isonzo (orribili carneficine tanto ripetitive quanto inutili), il lettore avverte un maggior coinvolgimento emotivo da parte di Jung che riesce a manifestare – sia pur con molta compostezza – il biasimo per l’ottusità dei comandanti e l’ammirazione per lo spirito di sacrificio della truppa.
Qualcosa in più, in termini di pathos narrativo, viene concesso nella cruda e minuziosa descrizione dei combattimenti corpo a corpo.
Non è per stomaci deboli la sin troppo realistica descrizione delle modalità – sempre le stesse – con le quali si svolgevano gli scontri di fanteria: scarsissimo uso di proiettili e polvere da sparo e feroce, belluino uso della baionetta.
Tutte le guerre sono orribili, è vero.
Ma l’Autore, a mio avviso, riesce a rendere con efficacia il senso di imbarbarimento collettivo che in breve tempo coinvolse tutti gli sciagurati attori di questa macabra rappresentazione.
Concludo sottolineando come l’autore ci regali un paio di flash, forse un poco maliziosi, ma sui quali non si può sorvolare (e l’argomento, si badi bene, ha cessato di essere un tabù anche per la storiografia nostrana, che guarda ora anche il periodo risorgimentale con mente sgombra dalla vecchia vulgata).
In buona sostanza, l’accenno al’”nervosismo” dei triestini all’approssimarsi delle truppe italiche ed il gustoso siparietto del raffronto tra l’accoglienza “spontaneamente” calorosa tributata dalla popolazione di Grado all’Imperatore Carlo e quella “forzatamente” entusiasta riservata poco tempo prima, dalla stessa città, a Vittorio Emanuele III, ci inocula il dubbio che quelle zone non vedessero negli italiani dei liberatori.
Rancore di un austriaco sconfitto?
Credo che l’argomento vada approfondito a mente sgombra e senza pregiudizi, grazie anche alle provocazioni di Jung.

Il silente

 

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