Riflessioni “unconventionals” su Lepanto e dintorni

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Lepanto.
Null’altro che il nome medievale di un piccolo paese greco, posto sulla costa settentrionale dello stretto che separa il golfo di Corinto da quello di Patrasso.
La cittadina – Naupatto il suo nome moderno – si affaccia su di una baia ampia e riparata ma non costituisce meta turistica particolarmente ambita.
Questa, e non altra, è la rilevanza che l’antico nome del paese assume per lo più per il resto d’Italia e del mondo.
Per i veneziani, viceversa, il nome Lepanto costituisce una sorta di cromosoma aggiunto, le cui implicazioni storiche talvolta agiscono in modo quasi inconscio e confuso, talaltra – in chi ama studiare la storia della propria città – in guisa pienamente consapevole.
Sull’immane scontro navale che si svolse il 7 ottobre 1571 nelle acque antistanti il golfo di Lepanto tra la Lega cristiana ed i Turchi ottomani esiste una miriade di studi, spesso assai pregevoli, che hanno descritto – si può dire – ogni istante della battaglia, degli eventi che condussero allo scontro e di quelli che lo seguirono.
Cosa potrei aggiungere io, orecchiante di storia e scrittore neofita, a tanta profluvie di studi?
Ovviamente nulla. Eppure, quando un’editrice temeraria mi ha fatto balenare l’eventualità di trattare questo tema con un breve scritto, ho ghermito al volo l’offerta senza pensarci due volte, a ciò spinto dalla mia passione per la storia e per la scritture ma anche dal bisogno di fare i conti una volta per tutte con il mio personalissimo “cromosoma aggiunto”, nel quale si annidavano alcuni dubbi irrisolti.
Quello che attende l’incauto lettore, dunque, non è una trattazione organica con pretese di dignità scientifica, ma una serie di brevi riflessioni, per lo più in ordine sparso, su aspetti della vicenda che mi hanno sempre appassionato e, al contempo, sconcertato.
1) Nell’Europa di allora, quanto mai violenta e spregiudicata, i cambi repentini di alleanza erano all’ordine del giorno e non destavano  riprovazione né stupore.
Ecco perché, ad un esame un poco superficiale e scarsamente contestualizzato, l’alleanza del Papa con l’Impero spagnolo di Filippo II e con i Veneziani contro l’impetuosa espansione turca non stupisce più di tanto e viene considerata come uno degli innumerevoli esempi di real politik dell’epoca.
Ma non si tiene in debita considerazione, in tal caso, quanto occorso appena pochi decenni prima, ad inizi secolo, con la creazione della cosiddetta Lega di Cambrai.
Il raffronto tra gli schieramenti che si erano dati battaglia allora e la Lega santa che sbaragliò la flotta turca a Lepanto fa immediatamente balzare agli occhi come i due principali alleati di Venezia contro l’Impero ottomano, Papato e Spagna, non molto tempo prima avevano tentato, con una moltitudine di alleati e con il più ampio spiegamento di mezzi, di annientare lo Stato veneto.
E c’eran quasi riusciti, non fosse stato per l’eroica resistenza dei veneziani, guidati, nella fase cruciale e terminale della contesa, dal grande doge Andrea Gritti, superba figura per determinazione, astuzia, attaccamento allo stato.
Va sottolineato che gli aderenti alla Lega antiveneziana (oltre a Papato e Spagna, che abbiamo citato sopra quali non del tutto affidabili alleati nella Lega contro gli Ottomani) erano i principali stati europei (Francia, Asburgo, Aragona, Ungheria) ed italiani (Savoia, Ferrara, Mantova …) e che il trattato d’alleanza già prevedeva il completo smembramento dei territori della Serenissima – vale a dire la sua fine come entità statuale – e le relative modalità di spartizione, tanto radicata era la certezza della vittoria contro i veneziani.
La Serenissima se l’era cavata per un soffio – grazie anche alla spiccata volubilità di Papa Giulio II il quale, dall’oggi al domani, credette di individuare nella Francia il vero nemico da combattere e stravolse letteralmente l’alleanza in odio ai transalpini ed a tutto beneficio di Venezia – ma il prezzo pagato dallo Stato veneto per sfuggire all’annientamento fu salatissimo, in termini di perdita di vite umane, di salasso per le casse dello Stato e di forzate rinunce territoriali.CCI12052016_2.LIGHT
Sorge una domanda ovvia: all’epoca della formazione della Lega santa contro l’Impero turco potevano gli acerrimi nemici di Cambrai – in particolare Spagna e Venezia – aver già dimenticato quanto accaduto ad inizi secolo?
Credo proprio di no, ed i numerosi incidenti, anche mortali, occorsi tra le truppe dei due contingenti sin dal 1570, l’anno che precedette l’immane scontro col turco, confermano che tra le due parti permaneva non semplice ruggine bensì autentico odio.
Occorre, tuttavia, tener debitamente distinte le intemperanze della soldataglia dalle vere intenzioni dei capi, spesso poco leali e sempre abilmente dissimulate.
Mi riferisco, nel nostro caso, alla delicatissima posizione di Filippo II di Spagna, obbligato a districarsi tra molteplici esigenze e personali pulsioni difficilmente conciliabili, se non antitetiche.
Vediamole più da vicino.
Certo non sarebbe stato pensabile per l’Imperatore cristiano, principale defensor fidei, disgustare il Papa rifiutando l’adesione alla Santa Lega o dimostrando un sostanziale disinteresse nei confronti di questa, pur in costanza di formale adesione.
D’altro canto, ciò che maggiormente angustiava Filippo non era tanto la prospettiva di combattere fianco a fianco con gli odiati veneziani, quanto la consapevolezza che muovere contro i Turchi finiva, sotto l’aspetto geopolitico, per dar manforte con assoluta prevalenza a difendere proprio i possedimenti della Serenissima, disseminati per tutto il Mediterraneo.
I territori seriamente minacciati dalla grande spedizione turca, infatti, erano le grandi isole di Cipro e di Candia, ambedue sotto dominio veneziano, mentre la Spagna aveva alcuni possedimenti aggredibili via mare solamente in Africa settentrionale: ben poca cosa rispetto ai reali obiettivi turchi.
La Lega cristiana, com’è noto, fu costituita nel 1570 per contrastare l’ormai straripante dominio navale ottomano nel Mediterraneo.
L’Imperatore spagnolo, tuttavia, pur avendo aderito “per onor di firma”, era mosso da intendimenti assai poco collaborativi per le ragioni che ho spiegato.
Ecco, allora, che il “cristianissimo” Imperatore impartì al comandante della spedizione del 1570, il genovese Andrea Doria, precise e segrete istruzioni di non dar battaglia ai Turchi, neanche quando fosse evidente che la flotta ottomana, dopo qualche abbozzo di manovra diversiva, puntava dritta verso Cipro ed iniziava l’assedio di Nicosia, capitale dell’isola.
Il Doria, nonostante le pressioni e le insistenze dei comandanti degli altri contingenti, si atteneva scrupolosamente alle istruzioni dell’Imperatore spagnolo ed ordinava il rientro alla base, abbandonando Nicosia ed i suoi difensori alla conquista ed al massacro.
2) Scacco matto del luciferino Filippo II, dunque?
Sulle prime parrebbe di si, anche in considerazione del fatto che la Lega cristiana, nell’ultimo scorcio del 1570, si era praticamente sciolta.
Ma i fatti dell’anno seguente inducono a ritenere che l’immobilismo dell’alleanza cristiana di fronte alla tragedia che si consumava a Cipro – la quale si concluse, proprio nell’imminenza dello scontro tra le flotte, con la capitolazione di Famagosta e le barbare atrocità commesse dagli assedianti sull’inerme popolazione e sull’eroico comandante della piazzaforte – rafforzò a dismisura l’ardore e lo spirito combattivo dei marinai e delle truppe cristiani.
Per di più, ora Filippo doveva andar assai più cauto poiché, questa volta, fu nominato comandante supremo non più il Doria, bensì Don Giovanni d’Austria, giovane ardimentoso – aveva appena venticinque anni – e più che mai determinato a guadagnarsi fama imperitura battendo un avversario allora considerato invincibile. Era, sì, fratello di Filippo II ma non ne subiva l’ascendente.
Rimanevano, è vero, alcuni importanti elementi d’inferiorità tra l’armata cristiana e quella turca.
Innanzitutto, il numero dei legni ottomani era assai più elevato di quello della flotta cristiana. I primi, infatti, disponevano di duecentosedici galee e di cinquantasei galeotte – per un totale di duecentosettantadue unità, mentre i secondi avevano “solo”  sei “galeazze” e 206 “galee”: dunque, in tutto duecentododici legni.federico 1..light
Debbo ricordare altri due elementi di vantaggio per i Turchi. Essi, infatti, disponevano di un elemento umano assai più omogeneo e coeso, essendo le varie componenti degli equipaggi provenienti per lo più dalla medesima etnia e dalla medesima entità statuale.
Ben diversa la situazione nella flotta cristiana, i cui contingenti risultavano quanto mai eterogenei e, sovente, addirittura rissosi ed ostili all’interno del medesimo equipaggio.
Basti pensare che lo stesso Sebastiano Venier, comandante in capo della flotta veneziana, fu costretto ad infliggere la pena capitale ad alcuni archibugieri spagnoli, rei di aver compiuto gratuiti atti di violenza contro altri membri dell’equipaggio e di aver addirittura ucciso alcuni delegati veneziani al mantenimento dell’ordine, che erano intervenuti per placare gli animi dei contendenti.
Informato del fatto, Don Giovanni d’Austria si infuriò a tal punto da pretendere di mandare al patibolo lo stesso Venier.
La notizia circa le intenzioni del Comandante supremo si sparse in un Amen ed ecco, allora, che le galee delle opposte fazioni cominciarono ad evoluire in modo apparentemente caotico fino a trovarsi, in breve tempo, allineate in due schieramenti che si fronteggiavano, pronti allo scontro fratricida!
Questo episodio, che fortunatamente non ebbe conseguenze concrete, ci fa capire quale tensione aleggiasse nello schieramento cristiano, pronta ad esplodere in qualsiasi momento ed a provocare la dissoluzione dell’alleanza.
In queste condizioni, come fu possibile affrontare e sconfiggere un avversario assai più numeroso, totalmente coeso, spinto dalla medesima, selvaggia sete di conquista e ritenuto, sino ad allora, praticamente invincibile?
Non voglio perdermi in disquisizioni di natura prettamente militare e marinaresca.
Non ho la competenza necessaria, mi difetta lo spazio e non le ritengo decisive.
Ciò che mi ha veramente colpito nella lettura di una fonte che voglio citare (“Lepanto” di Guido Antonio Quarti, Milano, Istituto Editoriale Avio Navale – pag. 51) è la descrizione della preghiera dei cristiani qualche istante prima che iniziasse lo scontro: “All’alzarsi del sacro vessillo, tutti, da Don Giovanni all’ultimo soldato, scopersero il capo, e piegato il ginocchio recitarono la loro preghiera. Sulla Reale di sua Altezza un padre cappuccino con un crocifisso in mano predicava con ispirata veemenza, e concludendo, “Fratelli, adesso è il tempo di combattere per Cristo” benediva i combattenti”.
Personalmente, credo che la forza della fede possa essere stato un elemento probabilmente non decisivo ma tutt’altro che secondario nel consentire all’armata cristiana di colmare e superare gli svantaggi di cui soffriva nei confronti della flotta turca.
D’altro canto, sono convinto che l’uomo contemporaneo non sia davvero in grado di comprendere quale intensità potesse raggiungere la fede negli uomini dell’epoca di Lepanto e quale poderosa spinta interiore potesse assicurare loro quando combattevano in nome del Salvatore.
Beninteso, la fede poteva far compiere gesta eroiche, come a Lepanto, ma poteva anche degenerare in fanatismo ed indurre a commettere i crimini più abominevoli. Non dimentichiamo che la cosiddetta Notte di S. Bartolomeo, durante la quale in Francia vennero trucidati a tradimento migliaia di Ugonotti, è dell’agosto 1572, meno di un anno dopo Lepanto.

Il silente

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